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Le regole del conflitto

 

Torna in scena il conflitto di interessi. Il Mov5Stelle e pure il partito democratico in volata prima del voto europeo rimettono in agenda uno dei temi più controversi della storia repubblicana. La mancata regolazione di un capitolo così delicato per la bilancia dei poteri rimane, com’è noto, una ferita aperta per il centrosinistra che fu al governo. Al punto è rimasta appesa una normativa adeguata (la legge n.215 dell’allora ministro Frattini è debolissima), che solo evocare la parola suscita sorrisetti e colpetti di tosse. La questione è diventata la metafora dell’incapacità (e della non volontà) della sfera pubblica di contrastare l’imperioso mondo dei media. La comunicazione con Berlusconi si fece direttamente politica e il tradizionale groviglio societario di un’editoria in Italia particolarmente “impura” ha illuminato di grigioscuro il contesto: con danni collaterali per l’autonomia e l’indipendenza dell’informazione.

Nel 1998 fu varato un testo alla camera dei deputati che impediva l’accesso al governo di Fedele Confalonieri e non del Cavaliere e successivamente al senato l’articolato divenne sì migliore a cura di Salvi, Villone, Passigli e Falomi: ma  troppo tardi perché la legislatura finì. Poi arrivò il citato pannicello caldo del 2004, e dopo il vuoto. Numerosi testi depositati e tuttavia niente di concreto, salvo il disegno n.2258 approvato nella scorsa legislatura solo da un ramo del parlamento e pure segnato da notevole genericità.

Ora si riaccende il dibattito. Bene, vedremo. Per l’intanto vanno segnalate talune anomalie. Per ciò che si capisce (i testi non risultano ancora a disposizione né stampati) l’articolato del partito democratico “regola il conflitto di interessi determinato dal Web e dalle attività digitali”. In controluce Casaleggio e piattaforma Rousseau. Giusto intervenire sull’universo post-analogico, ma forse prima della ingombrante società di Ivrea verrebbero gli Over The Top, da affrontare con una coraggiosa iniziativa volta a spezzarne la struttura di trust. Se è doveroso volgere lo sguardo ai padroni della rete prima che sia troppo tardi, non ha senso abbandonare il campo dei mezzi tradizionali. Ancora decisivi nella costruzione del clima di opinione. Su tutto ciò intervengono i progetti di Anna Macina (soprattutto) e Fabiana Dadone (sul numero dei mandati elettivi) di 5Stelle. La tagliola scatterebbe in caso di superamento del 2% della proprietà di imprese operanti “nei settori della radiotelevisione, dell’editoria o della diffusione tramite internet”. Non era meglio a questo punto estendere i confini dell’applicazione del vecchio Testo Unico delle leggi elettorali del 1957 sui casi di ineleggibilità?  Ipotesi aspra magari, ma meno aggirabile, visto che la proprietà formale e quella reale non sempre coincidono. Fu, ai tempi della “discesa in campo”, una brillante idea di Sylos Labini e di numerose altre personalità. Inascoltata.

L’articolo del ddl. Macina riguarda i governi nazionale, e le giunte regionali e locali, nonché i presidenti e componenti delle Autorità. Non è chiaro che succede per i parlamentari o per i consiglieri regionali. Si potrebbe discutere a lungo sui diversi aspetti di una normativa non semplice, entrando nel vivo del “terribile” diritto di proprietà. Meglio intervenire a monte o pensare alla vendita dei beni in caso di entrata nei vertici esecutivi.

Evitiamo per una volta, però, un approccio causidico o propagandistico. Se c’è davvero volontà di procedere, si rompano gli indugi. Prove tecniche di un’altra stagione, di un’altra maggioranza? Perché no.

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