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Caso Origone, la vittima diventa il colpevole. Il diritto di cronaca insultato sui social

 

L’uso distorto  del commentare e diffondere il proprio pensiero (legittimo o insultante che sia non fa più differenza), tramite i social, è diventato veicolo di diffusione di sentimenti di odio e aggressività tali da chiedersi perché nell’animo delle persone si possa arrivare ad esprimersi in modo così brutale e violento. Il declino di una civiltà si misura anche da da come l’opinione pubblica si esprime: oggi più che mai attraverso una tastiera di un computer e senza averne spesso facoltà. Un testimone oculare presente sulla scena di un fatto di cronaca ha il dovere di raccontare cosa ha visto e giudicare in modo imparziale ed obiettivo. Chi registra per professione è poi il giornalista a cui è dato l’incarico di riportare cosa è realmente è accaduto. Quando il cronista è presente in situazioni di scontri tra forze di polizia e manifestanti ha il diritto/dovere di informare i lettori. Senza rischiare di essere picchiato fino a dover ricorrere alla cure dei sanitari per fratture e lesioni gravi. O sentirsi dire: “eri nel posto sbagliato e se stavi a casa tua era meglio”: commenti tutto sommato innocui a fronte di insulti e frasi intrise di odio e rabbia per chi non ha commesso nulla di illegale, vietato, o per aver eventualmente intralciato l’azione repressiva delle forze d’ordine nei confronti di chi stava (loro sì) cercando lo scontro e la violenza fine a se stessa. Quello che è accaduto a Genova è talmente grave da dover  provare un sentimento di sconforto per chi ha subito inerme una cieca e incontrollata rabbia. Oggi giorno una vittima diventa colpevole per un incomprensibile ribaltamento dei ruoli; tanto da doversi giustificare da chi lo accusa gratuitamente, senza averne diritto, se non per partito preso.  Il continuo stillicidio di questa cultura dell’insulto e dell’odio porta ad un imbarbarimento della democrazia. Se Stefano Origone, cronista di Repubblica a Genova, dopo essere stato  salvato dal pestaggio di alcuni agenti da parte del vicequestore aggiunto Giampiero Bove,  presente sulla scena, e nonostante si fosse qualificato come giornalista, un sindacato autonomo  (SAP) di polizia inveisca contro di lui, scrivendo parole di inaudita gravità, è segno che il senso di realtà (dei fatti) e della moderazione di non giudicare senza averne prove, è stato rimosso. Il questore di Genova Vincenzo Garambino si è recato di persona in ospedale per accertarsi delle condizioni del ferito (un intervento chirurgico su due dita per fratture scomposte, un trauma cranico, una costola rotta, ecchimosi sul corpo per lo schiacciamento subito dagli anfibi indossati dagli agenti), dichiarando poi alla stampa: «Conosco  di persona il giornalista e ho chiesto scusa a lui, alla moglie e al responsabile della redazione genovese di Repubblica. Ho voluto portare la vicinanza della Polizia».  Il procuratore capo della Repubblica Francesco Cozzi interpellato da chi li chiedeva lo stato delle indagini (sono stati aperti due fascicoli: uno contro chi ha opposto resistenza, danneggiamento e lancio di oggetti pericolosi e l’altro rivolto agli agenti del Reparto Mobile autori delle lesioni), ha risposto così: «Non si infierisce così su nessuno». Una persona inerme sdraiata per terra che cerca di proteggersi da colpi inferti, spiegando con tutta la forza che aveva in corpo di essere un giornalista. Nonostante queste evidenze di chi sta indagando ed esprime solidarietà e sincero rammarico per quanto accaduto,  il post scritto su un social da parte del SAP (titolare di una pagina /profilo) scrive: «Nel corso dei violenti tafferugli scatenati a Genova dagli eroici antifascisti, un giornalista di Repubblica rimane coinvolto nella carica della polizia fascista e si becca un paio di manganellate. Apriti cielo! “Con quale ardire e come avete osato colpire me che sono un blasonato? E poi, cari poliziotti torturatori, se volevate bastonare uno dei tanti giornalisti presenti come avvoltoi proprio nell’area di contatto tra gli schieramenti, ma proprio uno di Repubblica dovevate scegliere? E allora ditelo che cercate guai! Ho pensato di morire –  si lagna il martire cronista – vedo ancora quegli anfibi neri, che mi passavano davanti al volto”. «E che diamine! Pure gli anfibi! Ma non sarebbe ora di sostituirli con delle infradito d’ordinanza? E così scatta il processo di beatificazione mediatica del giornalista che, nel cercare la notizia della violenza sbirresca, diviene egli stesso notizia». Chi pubblica queste frasi ritiene indispensabile obbligare i cronisti a indossare delle «pettorine identificative per chi è presente nelle “zone di guerra” »(il virgolettato qui è usato dagli autori per far capire come la guerriglia urbana a volte diventi terreno di scontri simili ad una guerra), le cui scene in televisione dimostrano spesso l’inaudita violenza manifestata da chi  va nelle strade per cercare solo di commettere reati.  Nessuno lo mette in dubbio. Non sono mai i manifestanti pacifici che cercano il pretesto di scatenare le risse. Questo però non giustifica quanto accaduto al giornalista.  Il commento del SAP prosegue: «In men che non si dica, la procura di Genova apre un fascicolo contro i poliziotti. “Ciò che è accaduto è inconcepibile. Non faremo sconti a nessuno”, si affrettano a dire i magistrati inquirenti. Ma sul serio? E, di grazia, chi li ha mai chiesti siffatti sconti? Quello che da anni, invece, chiedono le forze di polizia è la presenza di un magistrato in piazza ogni qualvolta ci siano disordini. Altro che sconti! Che ci stia lui, con casco e scudo, in prima fila, a prendersi insulti, sputi e sassi in faccia, e che sia lui ad ordinare cosa fare quando gli argini si rompono e la violenza dilaga». Se è comprensibile quanto sia difficile gestire l’ordine pubblico in casi del genere (dove ci sono scontri da una parte c’è chi provoca e dall’altra chi o reagisce o si difende), ci si chiede allora perché a subirne le conseguenze debba essere una persona estranea in totale assenza di reazioni o atti provocatori. La documentazione di colleghi presenti sul posto che hanno registrato immagini video sono già state acquisite dai funzionari preposti alle indagini. Ma la gravità al di là quanto accaduto a Genova subisce un’accelerazione ancora più negativa: nella pagina social sono presenti tutt’ora commenti e insulti in calce alle rimostranze del SAP , da parte di lettori/utenti che scrivono parole di livore, intrise di sentimento d’odio contro il giornalista.  Colpevole per aver cercato di svolgere il suo lavoro.

 

 

 

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1 COMMENTO

  • monica lederer

    L’ITALIA È UN PULLULARE DI VIOLENZA, ODIO, MALCOSTUME, NON RISPETTO.

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