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Il ministro con il mitra

 

C’è un frammento della banalità del male in quella foto. Niente di tragico –speriamo- come ci aveva raccontato Hanna Arendt, ma è un esempio di come il male, piccolo, grande e anche smisurato, possa diventare un’abitudine e quindi, a suo modo, “accettabile”. In quella foto c’è Matteo Salvini, serio e pensoso, che imbraccia un mitra, e non si capisce se lo considera un giocattolo, che vorrebbe usare in qualche guerra dei bottoni, o un’arma vera, come in effetti è, da usare in una guerra vera. Dietro a lui ci sono i suoi più stretti collaboratori, tra i quali quel Luca Morisi, molto bravo e molto ben pagato, che cura la sua “bestia” comunicativa, la struttura di esperti -tutti maschi e pagati da tutti i cittadini italiani- che governa il suo successo strepitoso sui social media, vero motore della sua irresistibile (?) crescita nei sondaggi. Ancora più dietro, nella foto, c’è un ufficiale di Pubblica sicurezza, ma non vede bene e forse non ha capito cosa stia facendo il “suo” ministro, mentre gli fanno da corona una selva di telecamere. Proprio questo è il problema: a cosa sta pensando il “nostro” ministro dell’Interno? Alla guerra dei bottoni (La Guerre des boutons, di Louis Pergaud, 1912) o alla guerra vera? Alla guerra contro la mafia, che forse ha pagato uno dei “suoi” sottosegretari e forse lo appoggia nella conquista leghista del Sud? Improbabile, visto che la mafia non è una priorità di questo governo. Pensa alla guerra contro i barconi o le navi ONG, al tempo stesso umanitarie e complici dei mercanti di schiavi, che forse dovrebbero essere prese a mitragliate? Probabilmente no, visto che dovrebbe bastare la chiusura dei porti italiani, a parte Lampedusa, che forse non è troppo italiana. Ma la spiegazione è già pronta, scritta sopra la foto, nel tweet che la divulga, urbi et orbi. La guerra potrebbe essere contro di noi, contro tutti quelli che alle prossime elezioni europee non voteranno per lui, e quindi, elmetto in testa e mitra in mano, siamo avvisati. Una guerra –si spera- metaforica, ma non troppo, visto il contesto, le parole e le immagini fin troppo esplicite e senza il minimo accenno di (auto) ironia, con una minaccia esplicita contro chi vuol “fermare il Capitano. Ma noi –scrive l’ottimo Luca Morisi- saremo armati e dotati di elmetto!”. Intanto, per il momento, “avanti tutta e Buona Pasqua”, mitra compreso. E se invece ci sbagliassimo? Se Salvini, come tanti nel passato, in realtà fosse una brava persona e un bravo Capitano, circondato da personaggi che ne rovinano l’immagine e la sostanza. Purtroppo no. Quella foto e quel tweet non sono dal “sen fuggiti” da un collaboratore troppo zelante, non sono un inciampo, perché il Capitano ha sorriso, con il solito ghigno, ed ha confermato tutto, forma e contenuto. Forse, nella migliore delle ipotesi, come suggerito da Roberto Saviano, quel tweet e quel mitra sono un esperimento comunicativo e noi ne siamo le cavie. Chissà come reagiranno gli italiani a questa ennesima provocazione -si sarà chiesta la “bestia”- almeno quella ampia maggioranza che sostiene il governo? Bene, anzi, benissimo, possiamo supporre, senza aspettare il prossimo sondaggio, che tra poco sarà proibito dalla “par condicio”, almeno per noi comuni mortali, perché ne proibisce la divulgazione, ma non la realizzazione, riservata ai “notabili” fino all’ultimo minuto. La foto e il tweet piacerà a un pezzo d’Italia sempre più largo, dal nord al sud, passando per il centro che una volta era “rosso”, perché piacciono questi modi bruschi, ma sinceri, a loro modo affabili e rassicuranti. E pazienza per chi non ci sta. E pazienza se dopo la guerra dei bottoni, a due anni dalla pubblicazione del libro (1912), è arrivata la guerra vera, la Grande Guerra. E pazienza se il romanzo finisce con una profezia: “E dire che quando saremo grandi, diventeremo anche noi bestie come loro”.

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