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Chi ha paura di Piero Scaramucci ha paura della democrazia

 

Solo una mente ottusa o, peggio ancora, antidemocratica  può pensare che la storia si riesce a modificare censurando un intervento dal palco. E’ successo – come saprete – a Pavia per il 25 aprile, con la cancellazione dell’invito a Piero Scaramucci a partecipare alle celebrazioni. Un po’ come le foto ritoccate dalla propaganda sovietica: possiamo non vedere più Trotskij vicino a Lenin mentre arringa le folle o Jagoda a passeggio con Stalin, ma non possiamo ignorare cos’è accaduto.

Figuriamoci se Piero Scaramucci poteva sopportare un’epurazione: evidentemente i leghisti che hanno pensato di cancellare la sua partecipazione al 25 aprile non lo conoscono. A loro beneficio qualche informazione su di lui. E posso farlo perché per una decina d’anni sono stato il suo caporedattore a Radio Popolare, la radio che solo uno come Piero Scaramucci poteva riuscire a far nascere resistendo alle dinamiche autolesionisticamente litigiose della sinistra.

Direttore con un enorme bagaglio culturale, invitava noi giovani redattori ad osare, a combattere tutti i luoghi comuni, anche quelli favorevoli. Predicava – laicamente, sia chiaro – l’autonomia totale della redazione dall’infatuazione per un partito o per una moda culturale. Era esigente, soprattutto con chi riteneva in sintonia: ricordo una furibonda litigata in onda con Giuliano Pisapia, allora presidente della Commissione Giustizia della Camera, per un emendamento che limitava la libertà di stampa. Non gli piacevano le posizioni preconcette: quando Bossi ha lanciato l’idea del viaggio lungo il Po che doveva rappresentare il suggello popolare della Padania, Piero Scaramucci ha affittato un gommone, ci ha caricato Massimo Cirri e Massimo Rebotti mandandoli a verificare l’iniziativa leghista, dimostrandone il flop ma con numeri alla mano.

Ho avuto con Piero grandi discussioni, anche litigi, ma soprattutto un carico di insegnamenti professionali ed etici. Quando gli ho proposto di rievocare per un’intera giornata il 12 dicembre 1969, il giorno della bomba di Piazza Fontana, mi ha fornito tutta l’esperienza che aveva accumulato proprio in quel momento storico, quando lui e un un gruppo di giornalisti democratici hanno smontato le bugie degli apparati di polizia e di intelligence sulla strage, arrivando a scrivere quel monumento di giornalismo investigativo che è “Strage di stato”. Grazie anche a quel sostegno la trasmissione di Radio Popolare ha vinto il Premiolino nel 1999.

Capito leghisti collaborazionisti con chi avete a che fare?

Ma l’episodio di Pavia mi permette anche di aggiungere una nota sul 25 aprile: dovrebbe essere la festa di tutti, di chi ha a cuore la democrazia, il simbolo della rinascita delle istituzioni libere…ma non lo è. Giorno dopo giorno è sempre più evidente che è in atto una forma di relativismo storico-culturale: il fascismo ha fatto anche cose buone, il ruolo dei partigiani è stata poca cosa rispetto agli Alleati, il 25 aprile è stato monopolizzato dalla sinistra e via strologando. Fenomeni così complessi come un’insurrezione armata contro il nazi-fascismo avrebbero bisogno di dettagliate interpretazioni storiche, non di beghe da comari. Piero Scaramucci dal palco di Pavia – ne sono certo – non avrebbe eroicizzato la Resistenza, avrebbe fornito chiavi di lettura interessanti e contemporanee. Questa qualità, non la tessera dell’Anpi, fa ancora paura ai collaborazionisti, a chi si trova meglio con i fascisti e con i nazionalisti invece che con i democratici.

Danilo De Biasio

direttore del Festival dei Diritti Umani

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