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Cala il Pil? Colpa di “quelli di prima”

 

Ignazio Visco “gela” il governo Conte-Di Maio-Salvini. Secondo il governatore della Banca d’Italia sono improbabili le stime di una pur modestissima crescita del reddito nazionale dello 0,6% nel 2019: hanno «ampi rischi al ribasso».

In sintesi: sono irrealistiche le previsioni dell’esecutivo di una crescita del Pil per quest’anno dell’1%, cifra peraltro già ridotta dal precedente 1,5%. Perché tanto pessimismo? Visco indica le incognite internazionali (in testa la guerra dei dazi promossa da Donald Trump) ma soprattutto quelle della politica italiana: «L’incertezza sulla politica non si è dissipata». Quell’”incertezza” del governo grillo-leghista prima sull’adesione all’euro e poi sui parametri della legge di Bilancio 2019, in particolare sull’entità del deficit pubblico (dall’iniziale 2,4% è stato tagliato al 2,04% dopo uno scontro con la commissione europea).

Certo il “governo del cambiamento” non la pensa così. Giuseppe Conte nei giorni scorsi si è detto ottimista: «Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019». Secondo il presidente del Consiglio è possibile “il riscatto”, dopo i primi sei mesi duri, passando da giugno dalla “recessione tecnica” alla ripresa dell’economia. Si è detto ottimista anche Matteo Salvini: «A fine 2019 avremo il segno più». Più entusiasta è stato Luigi Di Maio. Il capo politico del M5S si è spinto perfino a dire: «Un nuovo boom economico potrebbe rinascere».

Visco, invece, vede nero. Del resto è in linea con le previsioni della Banca d’Italia sull’arrivo della “recessione tecnica”, stima poi confermata dai dati reali: meno 0,2% il Pil nel quarto trimestre del 2018, dopo il meno 0,1% del terzo.

Di Maio aveva accolto con fastidio e scetticismo la stima sulla “recessione tecnica” formulata da Bankitalia: «Quando c’erano quelli di prima le stime erano al rialzo, adesso fanno addirittura stime al ribasso…». Poi ha addossato tutte le colpe sui precedenti governi di centro-sinistra: «Chi stava al governo prima di noi ci ha mentito, non ci ha portato fuori dalla crisi».

Le cose non stanno così. “Quelli di prima” non ci stanno ad essere imputati di colpe che non esistono. Una lieve ripresa economica in Italia è cominciata nel 2014 fino ad arrivare nel 2017, con il governo guidato da Paolo Gentiloni, a un sostanzioso aumento del Pil dell’1,5%. L’ex presidente del Consiglio lasciò lo spread a 130 punti mentre adesso è intorno a 250, dopo essere schizzato fino a quasi 340. Gentiloni è sconsolato: «Purtroppo in sette-otto mesi di confusione sono stati buttati al vento gli sforzi fatti in cinque-sei anni dalle famiglie e dalle imprese italiane». Così Gentiloni ha sollecitato «una correzione di rotta radicale della politica economica del governo».

Il vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico da quando a giugno è nato il governo giallo-verde, se qualcosa va male punta il dito contro “quelli di prima”. È successo quando lo spread in autunno è esploso oltre 300 punti, prima del sofferto accordo con Bruxelles sulle modifiche alla manovra economica, quando ad agosto è crollato il Ponte Morandi a Genova, quando a gennaio è stato varato il decreto per salvare la Banca Carige dal possibile fallimento.

Il “governo del cambiamento” ha ondeggiato troppe volte: sull’euroscetticismo, sul sì o il no alle grandi opere, sulle risorse da destinare al reddito di cittadinanza e a “quota 100” sul pensionamento anticipato, sulla manovra economica. I contrasti tra il cinquestelle Di Maio e il leghista Salvini sono continui: sulla Tav (l’alta velocità ferroviaria Torino-Lione), sui migranti, sull’ecotassa per le auto, sui termovalorizzatori per eliminare i rifiuti, sui condoni fiscali, sull’autorizzazione a procedere contro lo stesso ministro dell’Interno. La confusione politica non crea un clima di fiducia per gli investimenti internazionali ed interni, così il Pil cala.

Certo, però, il Pd gode di pessima salute e non riesce ad essere una credibile alternativa di governo. Da un anno, da quando Renzi si è dimesso dopo molteplici sconfitte elettorali, il Partito Democratico è allo sbando. È alla ricerca di un nuovo segretario, di un nuovo programma e di nuove alleanze politiche e sociali. Da mesi vive un caotico congresso permanente.

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