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Notizie scomode: una giornalista iraniana arrestata negli Usa

 

I fatti. Una giornalista nata negli Usa e che vive in Iran, dove da 25anni lavora per l’emittente di stato in lingua inglese Presstv, è stata arrestata il 13 gennaio all’aeroporto di St. Louis su mandato di un giudice federale non perché accusata di qualche reato, ma in quanto testimone di un importante crimine. Dopo il suo arresto la giornalista, Marzieh Hashemi, 59 anni, afro-americana convertita all’Islam, è stata trasferita a Washington doveil 18 gennaio è comparsa di fronte al giudice. Il governo prevede il suo rilascio – ha scritto fra gli altri la Reuters – solo al termine della sua deposizione.
Il caso – di cui ha dato notizia l’Ansa ma che ha avuto scarsi riscontri sui media italiani a differenza di quelli anglosassoni – ha trovato ampia eco in Iran e non solo sull’emittente per cui lavora. A intervenire è stato fra gli altri il ministro degli Esteri Javad Zarif. La signora Hashemi – ha detto Zarif in un’intervista riportata da Presstv – si è sposata con un iraniano e dunque è una cittadina iraniana, e riteniamo nostro dovere difendere i diritti dei concittadini. Il suo arresto, ha aggiunto, “è una inaccettabile azione politica e una violazione della libertà di espressione. Su tali basi, gli americani dovrebbero immediatamente porre fine a questo gioco politico”.
Anche l’International Federation of Journalists ha diffuso su Twitter la notizia dell’arresto “per accuse non rese note. Nutriamo serie preoccupazioni sulla sua detenzione e chiediamo con urgenza alla autorità statunitensi – aggiungeva il 17 gennaio – di far luce sulla vicenda”. La prima conferma ufficiale è giunta solo il giorno dopo, in occasione dell’udienza, e senza ulteriori dettagli sul reato di cui la donna sarebbe stata solo testimone, e non – come confermato dal dipartimento di Giustizia – penalmente responsabile. Da quanto riferito dai familiari, sarebbe però stata ammanettata e incatenata, e costretta a togliersi il velo islamico– che in Iran copre solo i capelli – per essere fotografata. Della sua attività negli Usa, si sa che aveva girato un documentario sul movimento antirazzista Black Lives Matter a St. Louis, riferisce l’Associated Press, dopo aver fatto visita ad alcuni familiari nella zona di New Orleans.
L’iniziativa giudiziaria si spiega con la legislazione federale statunitense, che prevede appunto l’arresto anche di un testimone nel caso si ritenga che la sua testimonianza sia cruciale, che possa uscire dal Paese o che possa non rispondere ad una citazione. Una norma che può apparire piuttosto discutibile alla luce del principio che la libertà personale sarebbe il primo bene da tutelare in uno stato democratico e liberale. Ma di cui, rileva in particolare Middle East Eye – le autorità Usa avrebbero fatto ampio uso e anche abuso dopo l’11 settembre.
Ma sta proprio in questo la ‘scomodità’ della notizia di questo arresto. Da sempre siamo tanto abituati a leggere denunce sui diritti violati dei giornalisti, degli imputati e dei cittadini in Iran, che può sorprendere la notizia di un possibile abuso della stessa natura da parte di un Paese, gli Usa, che si dicono campioni di democrazia nel mondo. Proprio tre anni fa, il 16 gennaio 2016, veniva liberato dopo una lunga detenzione Jason Rezaian, il corrispondente irano-americano del Washington Post arrestato e poi condannato per spionaggio in Iran. Una liberazione, la sua, non a caso coincidente con la data in cui entrava pienamente in vigore l’accordo sul nucleare del luglio 2015. E proprio in questi giorni è uscito il libro in cui Rezaian racconta la sua storia,”Prisoner. My 544 Days in an Iranian Prison”. E risale a pochi mesi fa, ricorda il New York Times, l’arresto senza accuse formali in Iran di un altro cittadino americano che era andato a trovare la fidanzata iraniana, mentre almeno altri tre cittadini americani (due dei quali con doppia nazionalità) restano detenuti nel Paese, e un quarto risulta scomparso da dieci anni.
Questo arresto potrebbe essere letto come un atto di ritorsione da parte statunitense, per la detenzione dei propri cittadini in Iran. Ma se questo fosse il caso, sarebbe più grave che mai. Uno stato di diritto non viola i diritti di nessun cittadino per motivi politici e per ritorsione. La libertà personale e la libertà di stampa e di espressione devono essere tutelati dovunque, in Iran come negli Usa, e per questo principio le organizzazioni dei giornalisti si battono.
In attesa di altre informazioni ufficiali sulla sorte di Marzieh Hashemi, non si può infine non rilevare come il suo arresto sia avvenuto in un momento in cui, da parte della Casa Bianca e del segretario di stato Pompeo, si sta ulteriormente alzando la pressione contro Teheran – dopo che gli Usa hanno violato un accordo internazionale come il Nuclear Deal, da cui Washington è unilateralmente uscita nonostante fosse chiaro a tutti che l’Iran lo stava rispettando alla lettera. E dopo che gli Usa non solo hanno imposto nuove sanzioni all’Iran, ma lo fanno anche ai danni degli operatori economici dell’Europa che quell’accordo vuole invece rispettare.
Significativo dunque il commento del National Iranian American Council (Niac), organizzazione che si propone di favorire il dialogo diplomatico tra Iran e Usa, sull’arresto di Marzieh Hashemi. ”Il Niac – si legge sul sito dell’organizzazione – ha fermamente condannato i vergognosi precedenti del governo iraniano nel campo delle detenzioni politicamente motivate – inclusi gli arresti arbitrari di cittadini di doppia nazionalità, il loro essere trattenuti con false accuse, sottoposti a condizioni crudeli, usati come strumenti di baratto nei negoziati”. Ma è assolutamente importante, aggiunge il Niac, che gli Usa non facciano altrettanto e “invece rispettino i valori fondanti della libertà di espressione e di stampa”. “Più a lungo la signora Hashemi sarà detenuta senza accuse pubbliche e resterà il sospetto che subisca maltrattamenti, più il suo caso danneggerà la credibilità Usa ed esaspererà le tensioni tra Usa e Iran, in un momento molto pericoloso”.

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