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Natale sia occasione per dare centralità, e non perseverare nel rifiuto, all’accoglienza dei profughi

 

Il Natale, cioè la festa del Dio che si fa uomo, comincia con la capacità di Giuseppe di contravvenire alla legge. Ela scelta che dopo lunga esitazione fece Giuseppe, sposando una donna, Maria, incinta. Lui che aveva sempre rispettato la legge in quella circostanza scelse di contravvenire. Dunque Giuseppe contravvenne al rispetto della legge del tempo perché seppe discernere e volle credere che quella gravidanza fosse opera divina. Senza questa decisione, senza il suo contravvenire alla legge, il Natale ci sarebbe stato ugualmente, ma non il Natale della Santa Famiglia. Natale così è diventato la festa dellelezione degli esclusi. Lo dice il Vangelo:  Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto(Gv 1,11).  Come si può definire chi non viene accolto? Lo ha detto meglio di tanti altri Benedetto XVI nella sua omelia del 24 dicembre 2012: La grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando Egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per Lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi? Parole che ricordano da vicino, molto vicino, quelle pronunciate da Francesco in occasione dellomelia della notte di Natale dello scorso anno: il Figlio di Dio dovette nascere in una stalla perché i suoi non avevano spazio per Lui. A Betlemme si è creata una piccola apertura per quelli che hanno perso la terra, la patria, i sogni, ha affermato il Papa tracciando un parallelo con lattualità: Persino per quelli che hanno ceduto allasfissia prodotta da una vita rinchiusa. Nei passi di Giuseppe e Maria si nascondono tanti passi. Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di speranza, carica di futuro; in molti altri, questa partenza ha un nome solo: sopravvivenza. Sopravvivereagli Erode di turno che per imporre il loro potere e accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente. Non sorprende così che proprio in queste ore il preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa, abbia voluto formulare così il suo augurio per questo Natale: Mi auguro che lesperienza di questo Natale ci avvicini ai poveri, a coloro che soffrono e a coloro che lavorano per la pace e si trasformi in un rinnovamento profondo della nostra speranza e ci trasformi in portavoce della speranza in un mondo che lotta per superare tanta ingiustizia per trovare il modo di per vivere come fratelli e sorelle.Vivere come fratelli e sorelle dice padre Sosa, riecheggiando lespressione cara a Martin Luther King: o impareremo a vivere insieme come fratelli e sorelle o periremo tutti come degli stolti.E visto che i rischi sono sempre dietro langolo ha voluto chiarire che oggi c’è un grande pericolo che minaccia il mondo. Il populismo è una minaccia molto pericolosa per lo sviluppo politico e sociale dei popoli del mondo. Dietro agli atteggiamenti populisti si celano nuove forme di dominio di pochi sul resto dellumanità. Molte forme di populismo sono solo varianti del personalismo tipico delle forme dittatoriali di esercizio del potere politico.Con un linguaggio ambiguo il populismo sostituisce il popolo, i cittadini organizzati, come soggetto della vita pubblica, privandoli del loro potere decisionale per concentrarlo nelle mani di pochi. Il progredire del populismo è il più grande ostacolo allo sviluppo della democrazia nel nostro tempo.

Il Natale oggi è una festa difficile, che va capita e rapportata al mondo che ci circonda. Non esiste un Natale astorico, un Natale che non vive nella storia, il cristianesimo è fatto per vivere nella storia e quindi il richiamo di Benedetto XVI e di Francesco alla tragedia del rifiuto dei profughi, dei naufraghi, è centrale nelloggi. Di lì deriva il richiamo a chi vive nella miseria, nelle periferie degradate, nei campi profughi o nei campi nomadi.

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