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“Vi presento papà”, una commedia elegante che parla a noi stessi

 

Non è la solita commedia. I meccanismi ritmici sono perfetti, la storia a lieto fine senza esagerare, il linguaggio semplice, il pubblico è entusiasta, numeroso soprattutto, non occhiuto, ride e sorride, ma “Vi presento papà”, andata in scena al Teatro Golden di Roma, non è la solita commedia. E non poteva esserlo, prima di tutto perché a interpretarla sono anche Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, attori che il teatro lo hanno attraversato tutto, dalla gavetta alla vetta, in secondo luogo perché “Vi presento papà” è un testo scritto a più mani, anzi a più menti – Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia, Vincenzo Sinopoli – capaci di arginarsi a vicenda evitando facili scivoloni.

Due giornalisti si trovano insieme nella casa di Leonardo Castelli – Mariano Rigillo –, regista acclamato negli anni Settanta. I due intervistatori sono molto diversi. Giancarlo Ratti interpreta con felice gamma di sfumature il personaggio di un critico cinematografico di nicchia, redattore di una rivista specialistica che nella sua carriera ha stroncato buona parte delle opere di Castelli. Stefano Sarcinelli impersona con piglio e ricchezza un giornalista di tutt’altro tipo, facile al pettegolezzo, abile giocoliere delle reti sociali, delle dirette video, dei click e dei like. I due, convinti che fosse stata concessa loro un’esclusiva, si sono ritrovati insieme per la macchinazione della figlia di Castelli, interpretata da Claudia Campagnola, Scapino dal volto umano e appassionato, tessitrice della trama, mossa dall’amore verso il padre. Accanto a Castelli, contrappunto ed equilibrio tra i colpi di scena e le tensioni che percorrono la pièce, l’ironica, paziente moglie, definita dalla policroma eleganza vocale e fisica di Anna Teresa Rossini. Le sue incursioni sulla scena rassicurano, disegnano sul volto un sorriso, perché la Rossini dà al personaggio una tensione matura, una pacifica saggezza. In scena anche Irene De Matteis, nel ruolo della figlia del giornalista più frivolo.

Lo spettacolo si dipana tra intensi scambi dialettici, in cui deflagrano risentimenti, paure e nodi capaci di spostare le rotte della vita, e momenti di leggerezza, persino di favola. Le canzoni di Ivano Fossati, inserite al momento giusto, ampliano il respiro della storia. I temi della responsabilità, del perdono, dell’egoismo, dell’amore genitoriale e filiale – l’umano, insomma, senza retoriche e senza condanne definitive – si offrono all’assorbimento dello spettatore, con la grazia pensosa della nostra migliore commedia teatrale e cinematografica, la commedia fatta per la gente, la commedia che riguarda tutti e non per la sua banalità, ma per la sua composizione del reale.

Su tutto si irradia la forza scenica di Rigillo, una sapienza antica che fa del vanesio, egoista regista Castelli un personaggio della profondità, un uomo attraversato da un rovello. Dietro l’ironia delle sue risposte, tradisce in uno sguardo che guarda altrove il segreto della sua vita, conosce le sue mancanze di padre, di compagno, lascia intravedere la tenerezza nella durezza, l’amore nell’indifferenza, il dolore nella freddezza. Ed è una delle caratteristiche di Mariano Rigillo: narrare con il suo corpo e la sua voce una storia, e farne intuire altre cento.

In uno degli ultimi momenti, sulle note di “She” di Aznavour, l’emozione della scena si confonde con quella della realtà, nel vedere Castelli e sua moglie, Mariano Rigillo e Anna Teresa Rossini, offrire l’immagine di una coppia matura che danza con tenerezza su tutto ciò che è stato. A questo si aggiunga che Toni Fornari, al Teatro Golden, ha costruito una regia moderna, e non nel senso del nulla con cui si utilizza questo termine, ma moderna perché multidimensionale e multidirezionale, capace cioè di dirigere gli attori alla creazione di personaggi sfaccettati, complessi, e dunque interessanti, credibili, e ha saputo inoltre trasformare lo spazio, non usuale, del Golden, in un’agorà partecipata e interattiva, in un territorio di evocazione. Questa capacità di evoluzione offerta dal testo e raccolta dagli attori incontra il favore del pubblico, che avverte – nelle sue contraddizioni, nelle glorie segrete e nelle miserie, nei silenzi colpevoli, nelle paure, nei rimorsi, nelle intime generosità – come il teatro lo comprenda più della politica, più dell’ambiente di lavoro, a volte più di chi gli sta accanto.

“Vi presento papà” per ora non tornerà sulle scene, ma non c’è dubbio che una commedia così ben costruita avrà un percorso fortunato.

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