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Ventisei anni fa l’agguato al poliziotto Rino Germanà, una vicenda mai del tutto chiarita

 

Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano. Furono i tre famigerati boss mafiosi, dei quali sono il primo resta ancora latitante, che il 14 settembre del 1992 cercarono di uccidere l’allora dirigente del commissariato di Mazara , Rino Germanà, diventato poi questore e in pensione da poco tempo. Germanà riuscì a sfuggire al piombo mafioso, restò ferito ma si salvò, ma da quel giorno lo Stato nella lotta alla mafia decise di fare a meno di uno dei suoi più preziosi investigatori. Germanà infatti fu trasferito lontano dalla Sicilia, per concludere la sua carriera da Questore di Piacenza. Un attentato che resta ancora senza completa verità, ci sono state le condanne per esecutori e la per la cupola mafiosa, ma ancora non si conosce il perché Germanà doveva morire in quell’anno delle stragi di mafia. Germanà è stato sentito nel processo per la “trattativa”. Così ha risposto ai giudici del collegio presieduto dal giudice Montalto.

“Nel giugno 1992 venni trasferito dalla Criminalpol al Commissariato di Mazara del Vallo pochi giorni dopo avere presentato il rapporto al vicecapo della Polizia Luigi Rossi in cui indagavo su un un parlamentare vicino all’ex ministro Mannino”. Pochi giorni prima della strage di Capaci, “intorno al 20 maggio 1992”, Germana’ fu chiamato dall’allora vice capo della Polizia Luigi Rossi, che era a capo della Criminalpol, che gli chiese se dal rapporto fosse emerso il nome del ministro Calogero Mannino. “Io risposi al Prefetto Rossi, non mi pare ci sia qualcosa di specifico, ma c’era timore reverenziale nei suoi confronti e quindi aggiunsi, mi dia tempo di ricontrollare le carte. Poi chiamai il Prefetto Rossi e gli dissi: si fa riferimento a Mannino. Due giorni dopo ci fu la strage di Capaci”. Appena due settimane dopo, cioè’ il 7 giugno del 1992 Rino Germana’ venne trasferito a sorpresa dalla Criminalpol a dirigere il Commissariato di Mazara del Vallo dove aveva già prestato servizio.

Per lui era come fare una marcia indietro nella sua carriera che lo aveva visto anche capo della Squadra Mobile di Trapani. “Tornai a dirigere il commissariato senza averlo mai chiesto – raccontò Germanà in aula – Appresi per caso di essere stato trasferito a Mazara la domenica, ricordo che era il 7 giugno 92, dal dirigente del Commissariato di cui avrei preso il posto, il dottor Franchina. “Sai chi verra? Tu, mi disse ma io non ne sapevo nulla. Presi servizio l’8 giugno. Ne parlai anche con il Procuratore di Marsala Paolo Borsellino prima di prendere servizio a Mazara”. “A luglio, quando Borsellino fece il saluto di commiato da Marsala per andare a Palermo – disse ancora Germanà – mi prese in disparte e mi disse: Rino, preparati a venire a Palermo, invece di stare a Mazara”. Poi la strage di via d’Amelio, il 19 luglio 1992. Il 14 settembre 1992 Germanà venne ferito nell’agguato mafioso tesogli dai più terribili mafiosi siciliani, ma rimase miracolosamente vivo. Sui “contatti” con l’ex ministro Mannino , Germanà ricordò ai giudici una telefonata del cugino, Virginio Amodei, nel giugno 1992. “Nel giugno mio cugino mi chiamò al telefono per dirmi che il ministro Calogero Mannino mi voleva parlare, ma io mi rifiutai e decisi di non andare”.

C’è aria di una “trattativa” tra Stato e mafia anche in questa brutta vicenda siciliana. Tant’è che Germanà è stato uno dei testi del processo sulla cosiddetta trattativa Stato mafia. Germanà in Sicilia, e dal fronte trapanese, si era occupato di indagini su mafia, politica, massoneria, investigò sui flussi finanziari che riguardavano la mafia e le banche vicine alla mafia . Entrò nelle banche, resta famoso il rapporto che redasse sulla Banca Sicula della famiglia D’Alì. Un comune denominatore delle sue tante indagini era stato, tra gli altri, tal notaio Pietro Ferraro, castelvetranese, nome ricorrente nelle indagini tra mafia, massoneria e politica. Ferraro che, così per dire di che si tratti, era socio nel villaggio turistico Kartibubbo , ora confiscato all’imprenditore Calcedonio Di Giovanni, o ancora lo si ritrova a fare da anello di collegamento con mafiosi mazaresi, oppure indicato come il personaggio che telefonò al presidente della Corte di Assise di Palermo, Salvatore Scaduti, raccomandando “a nome di un politico democristiano di area manniniana ma trombato”, così è scritto in atti giudiziari, gli imputati del processo per l’omicidio del capitano dei carabinieri Emanuele Basile.

Ecco Germanà su incarico di Borsellino si stava occupando proprio di questo. Germanà indagando su incarico di Paolo Borsellino non impiegò molto tempo a capire chi era il politico che si interessava al processo dove Scaduti era presidente, si trattava di Vincenzo Inzerillo, ex segretario particolare del ministro della Difesa Ruffini, poi schieratosi sotto l’ala di Lillo Mannino. Mentre indagava sui due politici Germanà fu chiamato a Roma, al Viminale: il prefetto Luigi Rossi, capo della Criminalpol, vice capo della Polizia, gli chiese di quelle indagini. I giorni dell’attentato erano terribili a Mazara, poche settimane dopo l’amministrazione comunale andò in crisi, e scattò lo scioglimento per inquinamento mafioso. In città giravano indisturbati i mafiosi più pericolosi, anche quelli che Germanà anni prima aveva denunciato e fatto arrestare. A capeggiare il clan il potente Mariano Agate, latitante a Mazara c’era anche Totò Riina. Mazara appariva come una sorta di “zona franca” per Cosa nostra, protetta da un intreccio, da un concentrato incredibile di connessioni tra mafia e massoneria, il notaio Ferraro e il senatore Inzerillo erano lì di casa. Quest’ultimo addirittura avrebbe partecipato ad un summit con Matteo Messina Denaro come racconterà il pentito Sinacori, reo confesso della partecipazione all’agguato a Germanà, mentre il giorno dell’attentato a dare la “battuta”, ossia avvertire il commando che Germanà era uscito dal commissariato, fu Diego Burzotta, fratello dell’allora consigliere comunale Pino Burzotta.

Poche ore dopo il tentato omicidio, Rino Germanà comparve in tv , davanti le telecamere della Rai, affiancato dall’allora ministro degli Interni Nicola Mancino. Poi sparì dalle indagini antimafia.  “Abbiamo uno Stato – dissero i pm De Francisci e Tarondo nella loro requisitoria al processo anche per il tentato omicidio di Rino Germanà – che sa piangere i suoi morti ma non sa celebrare chi sconfigge Cosa nostra”. Quel giorno della loro requisitoria nell’aula bunker del carcere di Trapani nessuno degli imputati si presentò, disertarono l’udienza.

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