Il consenso sociale sui diritti cresce, ma la politica resta immobile. È questa la contraddizione che emerge dal nuovo report di Semia Fondo delle Donne, Cittadinanze sospese. Indagine tra riconoscimento formale ed esercizio dei diritti in Italia, che sarà presentato il 9 giugno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
L’Italia, sostiene il rapporto, non è un Paese privo di consenso sui diritti civili e sociali. Al contrario: l’opinione pubblica appare oggi più avanzata della politica. Eppure proprio qui si consuma quella che i ricercatori definiscono una frattura democratica strutturale: il riconoscimento culturale dei diritti non si traduce in garanzie concrete, accessibili e uniformi.
L’indagine restituisce il ritratto di una società in trasformazione. Una larga parte della popolazione si dichiara favorevole all’uguaglianza di genere, ai diritti delle persone LGBTQIA+ e alla tutela dell’interruzione volontaria di gravidanza. Tuttavia il sistema politico e istituzionale continua a rallentare, svuotare o ostacolare l’attuazione effettiva di questi diritti.
È un fenomeno che la sociologia politica contemporanea descrive come “democratic backsliding”: non la cancellazione improvvisa delle libertà, ma il loro progressivo indebolimento attraverso pratiche amministrative, inerzia legislativa e disuguaglianze nell’accesso ai servizi. Studiosi come Colin Crouch hanno parlato di “post-democrazia”, una condizione in cui le istituzioni democratiche continuano formalmente a esistere, ma perdono capacità di rappresentare la società reale.
Nel caso italiano, il report parla apertamente di “democrazia imperfetta”, riprendendo la categoria delle *flawed democracies* utilizzata da diversi osservatori internazionali. Un sistema nel quale i diritti vengono riconosciuti formalmente, ma non garantiti nella loro concreta applicazione.
L’esempio più evidente riguarda l’accesso all’IVG. Oltre il 70% della popolazione italiana sostiene la legalità dell’interruzione volontaria di gravidanza, una percentuale superiore alla media mondiale del 56%. Eppure la legge 194 del 1978 appare oggi progressivamente svuotata.
Secondo il report, il 57,1% dei medici è obiettore di coscienza, insieme al 35,1% degli anestesisti e al 30,9% del personale sanitario. Su 540 strutture autorizzate con reparti di ostetricia e ginecologia, quasi il 40% non garantisce il servizio.
Le conseguenze ricadono direttamente sulle donne: nel 2023 oltre 3.400 persone hanno dovuto spostarsi fuori dalla propria regione per accedere all’IVG. I dati più alti riguardano Basilicata, Molise e Umbria. A questo si aggiunge la mancata applicazione diffusa delle linee guida sulla deospedalizzazione dell’aborto farmacologico e l’assenza di una copertura nazionale estesa per i contraccettivi.
La sociologa femminista Nancy Fraser ha definito questo meccanismo come una “separazione tra riconoscimento e redistribuzione”: i diritti possono essere simbolicamente accettati, ma senza strumenti materiali che li rendano davvero esercitabili. In altre parole, il diritto esiste, ma solo per chi possiede risorse economiche, mobilità territoriale o capitale sociale sufficiente.
La ricerca — curata da Massimo Prearo, Giulia Marchese, Marta Nicolazzi e Aurora Perego — ha analizzato oltre 1.200 atti legislativi tra XVII e XIX legislatura, intrecciando dati europei, opinione pubblica e vissuti delle persone vulnerabilizzate.
Ne emerge quello che il report definisce un “imbuto legislativo”: i diritti entrano nel dibattito pubblico, raccolgono consenso sociale, generano proposte parlamentari, ma raramente arrivano a compimento.
Questo “deficit di conversione” segnala una distanza crescente tra società e istituzioni. È una crisi di rappresentanza che colpisce soprattutto i temi legati al corpo, alla sessualità, alla famiglia e all’autodeterminazione. Ambiti nei quali la politica italiana continua a essere fortemente condizionata da pressioni conservatrici, culturali e religiose.
Il cuore teorico del rapporto è il concetto di “cittadinanza sospesa”. Non tutte le persone, infatti, sperimentano la cittadinanza nello stesso modo. Donne, persone LGBTQIA+, migranti, soggettività razzializzate, persone con disabilità e individui economicamente vulnerabili incontrano ostacoli sistematici nell’accesso ai diritti e alla partecipazione democratica.
Qui il report adotta una prospettiva intersezionale, riprendendo gli studi della giurista e teorica femminista Kimberlé Crenshaw: le discriminazioni non agiscono separatamente, ma si intrecciano. Genere, classe, origine, disabilità e orientamento sessuale producono forme multiple di esclusione.
Non si tratta soltanto di marginalità economica. È una marginalità politica. Alcuni soggetti vengono progressivamente esclusi dalla piena possibilità di decidere sul proprio corpo, sulla propria salute, sulla propria esistenza sociale.
Secondo Miriam Mastria, il movimento femminista denuncia da tempo “il restringimento dello spazio civico e democratico” aggravato dalla crescita di reti conservatrici attive sui temi della famiglia, dell’educazione e dei diritti riproduttivi.
Il fenomeno non riguarda solo l’Italia. Negli ultimi vent’anni, numerosi osservatori internazionali hanno registrato un arretramento delle libertà civili e dei diritti politici in molte democrazie occidentali. Tuttavia il caso italiano appare particolarmente emblematico: mentre la società evolve culturalmente, la politica sembra incapace — o non disposta — ad accompagnare quel cambiamento.
Il report di Semia Fondo delle Donne mostra con chiarezza che il tema dei diritti non riguarda esclusivamente le minoranze o i movimenti sociali. Riguarda la qualità stessa della democrazia.
Quando un diritto dipende dal territorio in cui si vive, dal reddito, dall’ospedale disponibile o dall’orientamento politico delle istituzioni locali, quel diritto smette di essere universale. E quando il consenso sociale non riesce a tradursi in decisione politica, la crisi non è soltanto legislativa: è democratica. La domanda che attraversa il rapporto è dunque radicale: può definirsi pienamente democratica una società nella quale i diritti esistono formalmente, ma non sono realmente accessibili per tutte e tutti?
