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Siria. L’autobus di Families for Freedom con le foto dei (circa 100mila) desaparecidos siriani. C’è anche Padre Paolo Dall’Oglio

 

Da ieri la fotografia di padre Paolo Dall’Oglio, tra quelle di tantissimi altri siriani come lui, vittime come lui di una violenza barbarica che da cinque anni nel caso di Paolo, ma in quello di altri anche da sei anni, vieta di sapere cosa gli sia accaduto, è appesa sull’autobus che chiede agli europei di prendere consapevolezza di una tragedia immane, quella dei desaparecidos siriani, stimati in almeno 100mila, che dovrebbe inquietare ciascuno di noi, mentre si attende distratti il massacro di Ghouta e si pianifica il successivo business della ricostruzione. E’ una bella immagine, perché ritrae il sacerdote, il missionario, l’uomo Dall’Oglio lì dove voleva stare, tra i suoi veri fratelli, le vittime di una rivoluzione  non violenta da tutti abbandonata, tradita, da alcuni poteri soprattutto del Golfo deviata, e poi seviziata nella negazione e distrazione globale. Questo autobus da ieri è a Berlino, da dove proseguirà il suo viaggio di sensibilizzazione attraverso le grandi città europee. Tra le foto intorno a quella del gesuita romano c’è da qualche parte anche quella del figlio di Fadwa al Mahmoud, ex detenuta.

E’ dalle tre del pomeriggio del 20 settembre 2012 che Fadwa al Mahmoud non ha più notizie di suo marito e di suo figlio. E’ stato suo figlio, Maher, a telefonarle per informarla che stavano tornando a casa, lui e suo padre. Ma dopo cinque minuti Fadwa ha sentito il bisogno di richiamarlo, di sincerarsi che davvero tutto fosse tranquillo, a posto. Ma il telefono di suo figlio era staccato e da quel giorno non ne ha più avuto notizie. Lei può immaginare cosa sia successo, anche a lei, appena nato il fratello più piccolo di Maher, è capitato di finire in prigione, di essere torturata, per reati d’opinione. Man mano che l’assenza di suo figlio e di suo marito sono diventate una presenza costante nella sua vita, Fadwa ha sentito che non poteva solo rimanere a casa a sperare nel loro ritorno. Ha incontrato altre donne, come Noura Ghazi, vedova di un famoso blogger siriano, Basel Safadi. Che fosse vedova Noura lo ha saputo appreso nel 2015, ma lo temeva da quando suo marito è sparito, inghiottito nel buio siriano per la sua attività di blogger, di sostenitore dei diritti umani. Di lui è nota la prigione di detenzione, Adra, ma la sua esecuzione risale all’inizio del 2013, non se ne conosce la data esatta, ma la notizia ha impiegato oltre due anni a raggiungere la moglie, e nessuno può immaginare che fine abbia fatto il suo corpo. Dunque il Digital Freedom Award che gli è stato tributato nel 2013 era “alla memoria”, ma nessuno al tempo lo sapeva. Il terribile 2012 di Fadwa e Noura si chiama “servizi di sicurezza di Bashar al Assad”. Ma quando hanno deciso di dar vita a un gruppo di donne, Families for Freedom, hanno deciso di mettere in chiaro subito che la loro richiesta di libertà e giustizia non riguardava solo i sequestrati o arbitrariamente detenuti nelle segrete del regime, ma riguardava, e riguarda ancora oggi, tutti i siriani, anche quelli sequestrati dall’Isis o dalle altre formazioni jihadiste. Si calcola che siano più di 100mila e la sete di giustizia non conosce confini ideologici, confessionali, politici. Essendo Families for Freedom un’organizzazione pensata e gestita da donne, è ovvio che molte di loro siano madri, e una madre il cui marito o figlio o fratello è sparito nelle segrete di Assad non può che essere vicina a una madre, una sorella, una figlia che teme che suo figlio, sui marito, suo fratello sia stato gettato dall’Isis nel canyon di al-Houta, fuori Raqqa. Nessuno può dirlo, perché un’alluvione ha riempito quel canyon di detriti e sabbia e nessuno ha soldi da investire per scavare in quel canyon dell’orrore e verificare quello che i terrorizzati cittadini di Raqqa raccontano, e cioè che lì l’Isis gettava anche suoi prigionieri. E così Families for Freedom ci tiene a mettere in chiaro che il suo impegno è per tutte le vittime, per tutti i sequestrati, senza limiti confessionali, etnici o di altra natura. Così le vittime possono riunione il popolo siriano, perché ogni famiglia ha una vittima.

In queste ore Families for Freedom ha riunito tutte le fotografie che ha potuto degli oltre centomila desaparecidos in Siria, anche quella del gesuita italiano Paolo Dall’Oglio, per esporle a Berlino, vicino alla porta di Brandeburgo, e chiedere alle opinioni pubbliche europee di guardare, di sapere, di lasciarsi coinvolgere. L’autobus di Families for Freedom con a bordo le sua fondatrici e altre mogli, figlie, sorelle, ha percorso per due ore la strada della capitale tedesca, ponendo a tutti il vecchio continente una domanda: si può parlare, come stanno facendo le diplomazie, di ricostruzione siriana sulla testa di centomila scomparse, sulle fosse comuni in cui molti di loro possono essere finiti da tempo, sulle macerie sotto le quali nessuno li cercherà… Questa è la domanda che Fadwa al Mahmoud pone all’Europa, che lascia trascorrere in silenzio l’inizio delle operazioni russo-siriane contro Idlib che indispensabilmente coinvolgeranno 3,5 milioni di profughi, espulsi dalle loro case, dalle loro case dal regime di Assad e deportate intenzionalmente tutte ad Idlib. I terroristi legati ad al Qaida che oggi controllano Idlib, e che si stimano in alcune decine di migliaia a fronte di una popolazione di 3,5milioni di persone, fino ai giorni della caduta di Aleppo ad Idlib erano ai margini, mentre cresceva un processo democratico fatto di emittenti locali, di consigli di autogestione per la gestione dei servizi essenziali, di autodeterminazione femminile. La storia si accavalla, si intreccia, può far disperare, ma non muore. E permanere indifferenti a simili tragedie esige sempre un prezzo, salato. “La nostra iniziativa si rivolge all’Europa, dice Noura Ghazi, perché sappiamo che l’Europa è sensibile a queste tragedia, che la coscienza europea le ripudia e quindi riteniamo che un lavoro di sensibilizzazione e di informazione sia importante. Il nostro impegno è per tutte le vittime, di ogni sopraffazione e riguarda il diritto alla libertà di tutti gli arbitrariamente detenuti. Questa emergenza non è solo siriana, è anche di altre realtà. Noi per quel che possiamo vogliamo coinvolgere tutti i siriani nel superamento delle loro solitudini e delle loro divisioni e riteniamo che le donne abbiano dentro di sé la forza e cultura per farlo, anche al di là dei paesi dove siamo presenti e cioè Libano, Giordania, Turchia.” La diaspora siriana ha un’occasione, di ricollegarsi alle società in cui vive oggi spiegando la tragedia da cui fugge.

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