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La rete di Carminati e Buzzi era un sistema di tipo mafioso. La sentenza del “Mondo di mezzo” della Corte d’appello di Roma

 

La rete diretta da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi era un sistema di tipo mafioso. Lo ha stabilito, dopo circa cinque ore di camera di consiglio, la terza sezione della Corte d’Appello di Roma che con questo verdetto ribalta la conclusione dei giudici del Tribunale che avevano, appunto, escluso l’esistenza dell’associazione a delinquere di stampo mafioso per 18 dei 43 imputati del procedimento “Mondo di mezzo” dal nome dell’indagine. A parte la ridefinizione dell’imputazione, il riconoscimento delle diverse responsabilità penali ha portato alla riduzione delle pene. Dunque Salvatore Buzzi passa a 18 anni e 4 mesi dai 19 comminati in primo grado, mentre Carminati dovrà scontare 14 anni e sei mesi mentre in primo grado era stato condannato a 20 anni. Come si sa il processo scaturisce dall’operazione “Mondo di mezzo” che ebbe la sua tappa più importante con gli arresti del dicembre del 2014; nelle misure cautelari veniva tratteggiato un sistema mafioso operante su Roma dedito in parte ad usura ed estorsioni e in parte alla corruzione per gli appalti gestiti dalle cooperative riferibili, appunto, a salvatore Buzzi. I giudici di Appello hanno riconosciuto, a vario titolo, la responsabilità nell’associazione per delinquere di tipo mafioso o il concorso esterno in essa per Claudio Bolla, condannato a 4 anni e 5 mesi, Riccardo Brugia condannato a 11 anni e 4 mesi, Emanuela Bugitti,3 anni e 8 mesi, Claudio Caldarelli, 9 anni e 4 mesi, Matteo Calvio, 10 anni e 4 mesi.

Sono stati condannati inoltre Paolo Di Ninno (6 anni e 3 mesi), Agostino Gaglianone (4 anni e 10 mesi), Alessandra Garrone (6 anni e 6 mesi), Luca Gramazio (8 anni e 8 mesi), Carlo Maria Guaranì (4 anni e 10 mesi), Giovanni Lacopo (5 annu e 4 masi), Roberto Lacopo (8 anni), Michele Nacamulli (3 anni e 11 mesi), Franco Panzironi (8 anni e 4 mesi), Carlo Pucci (7 anni e 8 mesi) e Fabrizio Franco Testa (9 anni e 4 mesi).
I primi commenti positivi al verdetto sono arrivati dalla Procura di Roma che ha sempre sostenuto l’esistenza del vincolo mafioso e che anche per questo aveva impugnato la sentenza del luglio del 2017. Determinante la battaglia tra accusa e difesa sul “metodo mafioso” e dunque sull’esistenza di un’organizzaizone di questo tipo a Roma, la capitale del Paese. La pubblica accusa ha sempre creduto nella tesi per cui non si trattava di stabilire se a Roma ci fosse o meno mafia bensì di giudicare se questa organizzazione su cui si era indagato fosse assimilabile alla mafia tradizionalmente intesa, per metodi e violenza utilizzati. Molto positivo anche il giudizio dell’associazione Libera, parte civile in aula per il tramite dell’avvocato Giulio Vasaturo: “La sentenza di oggi costituisce un riconoscimento per l’ottimo lavoro della Procura di Roma e per i carabinieri ed è un tributo per quei giornalisti d’inchiesta come Lirio Abbate che ha illuminato la realtà di questa organizzazione mafiosa”. Abbate è stato il primo a descricere il sistema di Carminati, l’uomo nero, e il suo dominio a Roma.

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