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Rezaian, 544 giorni rinchiuso a Evin ma ‘Trump sbaglia sull’Iran’

 

Sul suo account Twitter annuncia da qualche giorno il suo nuovo libro in uscita il 22 gennaio: Prisoner: My 544 Days in an IranianPrison”, tra “regime di isolamento, un processo farsa, diplomazia per alte poste in gioco, e gli straordinari sforzi che servirono per tirarmi fuori”. E’ Jason Rezaian,  il corrispondente da Teheran del Washington Post che fu arrestato insieme alla moglie il 22 luglio 2014 a Teheran, con l’accusa di spionaggio, e venne liberato soltanto quando l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 divenne realtà, con l’implementazione del 16 gennaio 2016.  

Non dovrebbe esservi dunque un dente più avvelenato di lui a scrivere di Iran, ora che è tornato a vivere negli Usa e qui ha appena trascorso il terzo anniversario del suo arresto da uomo libero. Ma i suoi articoli da opinionista sul Washington Post – il giornale che durante la prigionia aveva continuato a tenere alta l’attenzione sul caso – sono ben lontani dalla propaganda anti-iraniana del presidente Trump e della sua amministrazione.  Basta leggere un suo recente articolo, quello su quel terzo ‘anniversario’ che lui ha deciso di passare stavolta in California, ad ascoltare il discorso del  Segretario di Stato Mike Pompeo alla comunità irano-americana che proprio in quello Stato è particolarmente numerosa (250 mila  solo nel sud).

All’evento, chiamato “Sostenere le voci iraniane”,  Pompe ha evidenziato, racconta, “un impegno Usa a sostenere gli sforzi per indebolire il regime clericale iraniano”. Infatti, il segretario di Stato ha lanciato un aspro attacco alla classe politica e militare della Repubblica islamica, accusandola di pratiche mafiose e di corruzione i suoi massimi leader, e negando che al suo interno si possa distinguere tra conservatori radicali e moderati. Pompeo non è arrivato esplicitamente a parlare di ‘regime change’ – cosa che invece hanno fatto altre figure vicine all’amministrazione Trump come Rudolph Giuliani – ma ha annunciato un rafforzamento della campagna di propaganda anti iraniana con, fra l’altro, un nuovo canale tv in persiano, multimediale e attivo 24 ore su 24, per far sapere agli iraniani “che l’America sta con loro”. Tutto questo mentre stava infuriando la “guerra di parole” tra il presidente iraniano Hassan Rohani e lo stesso Trump, che in un ormai celebre tweet a in lettere maiuscole minacciava l’Iran di sofferenze mai viste prima nella storia.

Preparando il raduno californiano il Dipartimento di stato sarebbe stato molto attento nel selezionare gli inviti, per garantire un pubblico che rispecchiasse la diversità sociale e professionale della comunità iraniana negli Usa, ma molti tra gli invitati, sottolinea Rezaian, “hanno declinato l’invito e altri non si sono nemmeno preoccupati di rispondere. Altri ancora hanno invece apertamente boicottato l’evento. Volevano restare il più lontano possibile da quello che vedevano come gli argomenti per l’apertura del caso di questa amministrazione per il cambio di regime” .

Per il giornalista irano-americano, dunque, la linea anti iraniana di Trump è ben lontana dal trovare il consenso generale della diaspora, composta da una prima generazione di iraniani che lasciarono il Paese dopo la Rivoluzione islamica del 1979, dai loro figli e da molti altri che hanno continuato ad emigrare verso gli Usa: persone cui ora è impedito di rivedere i parenti rimasti in patria a causa del ‘muslim ban’ che vieta l’ingresso negli Usa a vari Paesi a maggioranza musulmana, fra cui appunto l’Iran. E dunque, sottolinea, “non è il momento, per chiunque abbia a cuore l’Iran, di tenersi da parte” e restare neutrale.

Per decenni, ricorda, i suoi conoscenti iraniani in patria e all’estero “si sono sentiti intrappolati” in un conflitto tra “uno stato che non rappresenta i loro interessi e un potere straniero che dice di farlo, ma ha mostrato scarsa propensione ad assisterli in modo significativo, mentre ha invece pesantemente preso iniziative che danneggiano gli iraniani medi”.

E anche se molto di quello che Pompeo ha detto “sulla depravazione dei governanti iraniani era giusto”, prosegue, azioni Usa come le rigide sanzioni economiche che torneranno in vigore il 6 agosto e il 4 novembre prossimi, e il ‘travel ban’ contro l’Iran, rendono invece difficile per Washington sostenere di avere a cuore il benessere e la prosperità di questo popolo.  

Ben altro servirebbe invece, per Rezaian, per indebolire il sistema. Ad esempio, sostenere le donne iraniane, le minoranze religiose e “la società civile con programmi che diano ai cittadini irianiani“accesso a strumenti formativi, un internet non bloccato, e l’opportunità di relazionarsi con il resto del mondo tramite il commercio e forme legali di immigrazione temporanea. Ma nessuna di queste sembra essere la priorità di questa amministrazione.

Sorprende che il vero dibattito sul futuro dell’Iran, da parte di un giornalista che veramente conosce il Paese, il sistema della Repubblica islamica e perfino, per esserne stato vittima, i suoi  apparati repressivi, sia così lontano dagli approcci muscolari e dai toni bellicosi che ancora una volta Trump ha imposto come linea alla stampa interna e internazionale in questi ultimi giorni. Non che tanti guanti di sfida non siano stati gettati da entrambi i fronti: dalla guerra all’Iran come “madre di tutte le guerre” e dal possibile blocco dello stretto di Hormuz nuovamente evocato nel monito di Rouhani a Trump, alla minacciosa risposta twittata da quest’ultimo –  risposta minimizzata dell’establishment iraniano ma duramente respinta con parole “da soldato”  dal carismatico Qassem Soleimani,  comandante del corpo speciale Qods dei Pasdaran. Ma mentre è inevitabile farsi catturare dal gioco di reazioni e controreazioni nell’arena politica delle parole grosse, sarebbe un errore dimenticare che la vera battaglia tra l’Iran e il suo nemico dichiarato alla Casa Bianca si sta giocando, almeno per ora, anche su altri fronti: dall’appello di Teheran all’Europa a dare ulteriore sostanza al suo pacchetto di misure economiche volte a difendere la sua imprenditor dalle sanzioni extraterritoriali di Trump, all’intenso lavoro diplomatico di Rouhani e del ministro Javad Zarif per garantirsi sostegno e alleanze tra Russia e continente asiatico, fino ad un ricorso di Teheran contro le sanzioni Usa presso la Corte di Giustizia dell’Onu all’Aja: una significativa azione di richiamo dell’Iran al diritto internazionale che sembra già dare i suoi primi, almeno simbolici frutti.

 

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