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7 luglio, Articolo 21 con Anpi, Arci, Libera e Legambiente: una maglietta rossa per restare umani

 

Il rosso è il colore dell’amore e dell’energia vitale, sia mentale che fisica. Ma è anche il simbolo del sangue e degli operatori che si occupano di salvataggio in mare. Di rosso erano vestiti anche i tre bambini annegati la scorsa settimana davanti alle coste libiche. Le loro mamme, come quelle di tutti i piccoli che con le proprie famiglie provano ad attraversare il Mediterraneo in fuga da disperazione e guerre, li vestono così nella speranza che quel colore potesse richiamare l’attenzione dei soccorritori. Il 7 luglio, raccogliendo l’appello dei presidenti di Anpi, Arci, Libera e Legambiente, tutti noi di Articolo 21 indosseremo una maglietta rossa in segno di solidarietà ai migranti che ogni giorno rischiano la vita in cerca di speranza e per chiedere con forza un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà.
L’adesione di Articolo 21 all’iniziativa lanciata da don Ciotti non poteva che essere piena e immediata e sosteniamo con forza l’azione dei promotori a contrastare “l’emorragia di umanità e il cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura” a cui siamo certi che tutti i media daranno voce

Esserci è un dovere di tutti. Non basta indignarsi per la foto delle tre piccole vittime dei giorni scorsi o di altri bambini. Come Aylan Kurdi, la cui vita è stata spezzata in mare a 3 anni al largo della Turchia da cui era partito a bordo di un gommone con la sua famiglia.
L’immagine del suo corpicino, riverso a faccia in giù sulla spiaggia di Bodrum, ha costretto il mondo ad alzare lo sguardo sul dramma dei profughi che mettono in gioco la propria esistenza pur di raggiungere un luogo che possa garantirgli un futuro, una vita normale, lontano dagli orrori e dalle sofferenze delle loro terre.
L’immagine di quel bimbo senza vita, finito sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo, oggi è un ricordo sbiadito e le dichiarazioni, gli impegni scaturiti dalla vergogna per quel simbolo divenuto in poche ore l’emblema universale di una tragedia che aveva ormai travalicato il più terribile degli immaginari, solo parole e ipocrisie cancellate dall’incapacità dell’Europa di rispondere a questa emergenza e dall’indifferenza che continua a uccidere.
In primis dell’Italia.
Con la decisione di chiudere i porti il governo italiano si è assunto una grande responsabilità. Le vite che si potevano salvare e che sono state inghiottite dal mare pesano su tutti noi.
Tre anni dopo la morte di Aylan, quella foto che ci aveva dato l’opportunità di ‘restare umani’ è divenuta il simbolo del nostro fallimento.

Per questo il 7 luglio siamo tutti chiamati a dare forza a un messaggio che non può restare inascoltato: ritrovare umanità è possibile. E’ doveroso e inderogabile.

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