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Strage al quotidiano di Annapolis nel Maryland. Colpiscine uno per educarne cento

 

Quel che è successo al Capital Gazette, il quotidiano di Annapolis nel Maryland, racconta molte cose dei tempi che stiamo vivendo. Jarrod Warren Ramos, l’autore della strage ,voleva “punire” i giornalisti colpevoli,a suo modo di vedere, di avere reso nota la sua attività’ di molestatore seriale di ragazze collegata alla sua attività sui social. Quasi un manifesto di rivendicazione della libertà’ assoluta dei nuovi media con l’intento di eliminare fisicamente chi lavora in un media vecchio come un giornale di carta stampata.  E quel che successo ad Annapolis dimostra, a mio parere, quanto ancora siano importanti dei media che utilizzano la tecnica giornalista tradizionale: inchiesta, verifica delle fonti, pubblicazione nell’interesse generale e soprattutto dei lettori senza guardare in faccia a nessuno. Insopportabile per chi vuole scorrazzare sui social media senza riguardo per la verità’,la privacy, il rispetto degli altri e della comunità in cui si vive. La strage al Capital Gazette mi fa venire in mente un altro attentato che ho visto da vicino. Quello contro Liberation a Parigi. Era il 16 novembre 2013. Abdelahkim Dehkar fa irruzione all’alba nel’atrio di ingresso del giornale e spara all’impazzata. Muore un assistente fotografo che stava cominciando, la giornata di lavoro. Il fatto è’ diverso da quello di Annapolis (a Parigi c’è’ una farneticante motivazione politica) ma l’obiettivo è comune: la stampa, i giornali, i giornalisti contro cui indirizzare rabbia e frustrazione per fallimenti individuali o collettivi.  La stampa nel mondo vive in questo periodo una crisi profonda. Ma se qualcuno, anzi molti, vogliono eliminare fisicamente i giornalisti forse vuol dire che da’ fastidio. E se da’ fastidio allora serve ancora a qualcosa. Forse bisogna ricordarlo anche  a  quei politici che in molte parti del mondo pensano di eliminarla non a colpi di pistola ma con censure e leggi bavaglio.

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