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A Napoli per parlare di minacce, querele bavaglio, periferie da illuminare e scorta mediatica

 

#VoceAiGiornalisti: questo l’hashtag che sintetizza il senso e l’anima della seconda manifestazione nazionale indetta dalla Federazione nazionale della Stampa italiana, dopo quella di Milano del 30 maggio scorso su lavoro e contratto. Martedì 12 giugno, ci ritroveremo tutti a Forcella, un luogo simbolo della città di Napoli, per parlare di minacce, querele bavaglio, periferie da illuminare e scorta mediatica, per ricordare che in Italia è ancora previsto il carcere per i giornalisti e che ci sono tanti giornalisti che questo non lo possono definire un lavoro, perché lo svolgono in condizioni di precarietà estreme, sottopagati, sfruttati e non tutelati. 

Dunque, mi ritroverò insieme a tanti colleghi che hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella mia vita, dopo le aggressioni che ho subito nel dicembre del 2015 a Ponticelli, il quartiere in cui vivo e che racconto nei miei articoli. Li ritroverò, ci ritroveremo, esattamente due mesi dopo la mia testimonianza in tribunale contro gli artefici di quelle aggressioni. 

Li ho rivisti in tribunale dopo tre anni, i coniugi che la mattina del 21 dicembre 2015, terminarono il lavoro già avviato dalla loro primogenita, Carmela Cirella, un mese prima: il pregiudicato Giuseppe Cirella, ex gregario del clan Sarno e sua moglie, Mariarosaria Amato, imparentata con il clan D’Amico di Ponticelli. Proprio quel vincolo di parentela mi è costato i pestaggi, pregni di odio ed accanimento, che ho subito. Nell’ottobre del 2015, all’indomani dell’omicidio di Annunziata D’Amico, la donna-boss che ha ereditato le redini del clan di famiglia in seguito agli arresti dei fratelli e per questo giustiziata come un boss, fu proprio la donna che poi mi ha aggredito a rivelarmi, con orgoglio e fierezza, alcune informazioni “riservate ai familiari di casa D’Amico” relative a quell’omicidio. Proprio per questo, quando videro quelle informazioni sbattute sul mio giornale, “i fraulella” – questo il soprannome degli affiliati al clan D’Amico – iniziarono a chiedermi con insistenza il nome “dell’infame” che aveva spifferato quelle cose ad una giornalista. Poche settimane dopo, proprio la mia fonte, sua figlia e suo marito, hanno deciso di infliggermi “la lezione” che meritavo per aver messo nero su bianco quella verità.

Quella mattina, quando mi aggredirono, erano in tanti: il marito e la moglie mi picchiarono e tentarono di sequestrarmi, cercando di trascinarmi nella loro auto, mentre centinaia di spettatori rimasero impassibili, indifferenti.

Lo scorso 12 aprile, invece, quando ci siamo rivisti dopo circa 3 anni in un’aula di tribunale per discutere dinanzi alla legge della “lezione che meritano per avermi dato quella lezione” erano soli. C’era un gruppetto di parenti fuori ad aspettarli, ragion per cui i carabinieri mi hanno scortato fino all’uscita, ma dentro quell’aula di tribunale erano loro ad essere soli. 

Accanto a me, seduto al mio fianco, mentre ripercorrevo l’intera vicenda, c’era un esercito. Un esercito armato di penne, solo di penne, perchè, se utilizzate con lungimiranza, le penne sanno far più male delle pistole. Il Sindacato Unitario dei Giornalisti della Campania, d’intesa con la Federazione Nazionale della Stampa, si è costituito parte civile nel processo contro i miei aggressori e questo ha notevolmente contribuito a farmi sentire meno sola, soprattutto quando, alla fine delle udienze, usciamo dal tribunale per tornare alla vita di sempre. 

A Ponticelli, grazie alla scorta mediatica della quale ho costantemente beneficiato in questi anni, è accaduta una cosa che non avrei osato nemmeno sognare: molti abitanti del quartiere hanno convertito l’omertà in desiderio di riscatto ed oggi sono la mia scorta civile, contribuendo, così, ad infoltire le reclute di cui può beneficiare quell’esercito che si ritroverà a Forcella, il prossimo 12 giugno, per discutere delle tante battaglie da affrontare, ancora e insieme.

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