Giornalismo sotto attacco in Italia

Primo maggio al tempo dell’AI

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Si muore per il lavoro, si vive per il lavoro ma alla vigilia di questo primo maggio 2026 molti si interrogano: qual’è il significato del lavoro nel tempo dell’Intelligenza Artificiale?

Muterà il senso dell’oppressione e dello sfruttamento che ha storicamente alimentato la marxiana “contraddizione principale”, oppure ci si sta avviando verso un processo di “liberazione”?

La risposta è difficile da formulare, ma si può cercare di mantenere vivo un pensiero.

Lavoro, sfruttamento, morte : una triade che sembra inscindibile nel tempo nonostante il ritmo vorticoso dell’innovazione tecnologica.

Quella triade lavoro – sfruttamento – morte appare sempre incombente nel ciclo capitalistico, indipendentemente dalle condizioni materiali, tecnologiche, ambientali nelle quali via via lavoratrici e lavoratori si trovano costretti ad agire.

E’ necessario ancora un volta ribadire alcuni elementi di fondo che vanno presi in considerazione proprio attorno al tema della concezione del lavoro e della sua liberazione.

Nel tempo trascorso senso e concezione del lavoro sono stati sottoposti a troppi fraintendimenti e sovrapposizioni al punto da far smarrire, per gran parte dell’opinione pubblica, la nozione di sfruttamento. Si tratta di prendere in considerazione un dato di fondo : l’uomo non è più il prodotto del suo lavoro, come si pensava cinquant’anni fa, e neppure la dimensione umana si trova ancora al centro della subalternità al comando del profitto. Oggi l’uomo (nel senso di genere umano, senza distinzioni) non è null’altro che l’espressione del suo consumo, della sua capacità di corrispondere in ogni momento della sua vita e non soltanto in fabbrica all’egemonia del comando del profitto. Questo punto ormai vale a dimensione globale, dai luoghi del capitalismo super-maturo (che pensa di fare a meno della democrazia) a quelli del sottosviluppo dove le grandi potenze predano le risorse e tengono in ostaggio interi popoli.

Dentro lo stridore sociale dominante è il comando del profitto che ormai si è esteso sull’insieme di contraddizioni che la modernità presenta, assumendo l’egemonia di tutte le innovazioni che via via si stanno presentando sulla scena sia sul piano tecnologico, sia economico, sia politico. Ogni nostro atto, ogni nostra possibilità di visione, è compiuto in funzione dell’apparire quasi sempre pubblicitario del combinato disposto tra reale e virtuale sul quale la logica del profitto si espande e si afferma. Così si è arrivati più ancora che alla negazione al considerare superfluo il conflitto, sia nel sociale sia nel politico. Il conflitto è considerato ormai marginale, momento di turbamento dell’ordine costituito. Vogliamo però insistere cogliendo anche qualche segnale in controtendenza.

E’ giusto lottare per una possibilità di migliore remunerazione del lavoro ma la condizione per ottenere ciò non può essere quella di continuare ad esercitare una funzione di mera riproduzione del consumo come fattore egemonico, pagando il prezzo dello smisurato allargamento delle disuguaglianze su tutte le basi: individuali, collettive, planetarie con la guerra tornata sovrana a regolare la storia. Ricordarsi le condizioni di allargamento del concetto di sfruttamento alienante a categorie diverse da quelle del lavoro subordinato (ambiente, genere, tecnologia) potrebbe rappresentare la possibilità di compiere dopo tanto tempo un nuovo passo in avanti almeno dal punto di vista della nostra capacità di riflessione .

Una capacità di riflessione, un recupero del “pensiero lungo”da adeguare per contrapporci efficacemente agli inganni di una presunta modernità che l’uso dell’AI vorrebbe segnare quale leva dell’intensificazione del dominio. I temi di fondo portati avanti nella storia del movimento operaio: uguaglianza, solidarietà, internazionalismo rappresentano ancora il punto di riferimento per l’attuale e la prossima stagione di lotta.


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