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L’Europa approva la relazione Media freedom

 

Garantire la sicurezza dei giornalisti, il pluralismo e la libertà dei media: l’Unione Europea ha detto sì. E’ stata infatti approvata con 488 voti favorevoli, la settimana scorsa, la risoluzione non legislativa presentata dall’europarlamentare Barbara Spinelli.

Maggior sostegno ai fornitori di servizio pubblico e al giornalismo investigativo, creazione di un organismo di regolamentazione indipendente per monitorare e riferire in merito alle minacce subite dai giornalisti, prevenire azioni legali mirate a “imbavagliare” i media: sono alcuni degli obiettivi contenuti nella risoluzione nella quale si chiede, tra l’altro,  alla Commissione Europea uno stanziamento adeguato e permanente all’interno del bilancio Ue per sostenere il “Centro per il pluralismo e la libertà dei media”.

“La libertà, il pluralismo e l’indipendenza dei media sono elementi essenziali del diritto alla libertà di espressione – si legge nella risoluzione approvata – i media svolgono un ruolo cruciale in una società democratica, in quanto fungono da organi di controllo pubblico e contribuiscono nel contempo all’informazione e alla responsabilizzazione dei cittadini ampliando la loro comprensione dell’attuale panorama politico e sociale e favorendo la loro partecipazione consapevole alla vita democratica”. Considerazioni che presuppongono che, dall’altra parte, siano state messe in campo scelte politiche ed economiche adeguate e rispondenti.

Ma così non è visto che l’eurodeputata Spinelli, sostenuta dagli oltre 400 parlamentari che hanno fatto proprio il documento, denuncia, con un’analisi dettagliata e trasparente, le violazioni della libertà di stampa perpetrate anche dagli Stati definiti “democratici”.

“I giornalisti e gli altri operatori dei media continuano a essere vittime di violenza, minacce, vessazioni o stigmatizzazione pubblica nell’Unione europea principalmente a causa dell’attività investigativa da essi svolta per tutelare l’interesse pubblico dall’abuso di potere, dalla corruzione, dalle violazioni dei diritti umani o dalle attività criminali – denuncia l’eurodeputata –  considerando che oltre la metà dei casi di abusi nei confronti dei professionisti dei media è commessa da attori statali,  sollecito la Commissione, in qualità di custode dei trattati, a trattare i tentativi dei governi degli Stati membri di inficiare la libertà e il pluralismo dei media per quello che sono, ossia un abuso di potere grave e sistemico e un attacco ai valori fondamentali dell’Unione europea sanciti dall’articolo 2 TUE”.

E i numeri parlano chiaro. L’Italia, secondo l’ultimo rapporto targato Reporters sans frontieres. è al 46esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa,  con un coefficiente sulle limitazioni alla libertà per i media di 24,12 appena più alto di quello degli Stati Uniti (23,73) che si collocano subito prima al 45mo posto.

“Una decina di giornalisti italiani – si legge nel rapporto – sono ancora sotto una protezione permanente e rafforzata della polizia dopo le minacce di morte proferite, in particolare, dalla mafia, da gruppi anarchici o fondamentalisti”.

“Il livello delle violenze perpetrate contro i reporter – denuncia il report – è molto inquietante e non cessa di aumentare, in particolare, in Calabria, Sicilia e Campania. Numerosi giornalisti, soprattutto nella capitale e nel sud del Paese si dicono continuamente sotto pressione di gruppi mafiosi che non esitano a penetrare nei loro appartamenti per rubare computer e documenti di lavoro confidenziali quando non vengono attaccati fisicamente. Dimostrando coraggio e resilienza, questi giornalisti, continuano, nonostante tutto a pubblicare le loro inchieste”.

Nel 2017 sono stati 65 i giornalisti uccisi nel mondo, tra questi 10 donne, un numero raddoppiato rispetto all’anno precedente. “Erano giornaliste d’inchiesta esperte e combattive – denuncia l’Ong –  dalla scrittura pungente. Nonostante le minacce, continuavano ad indagare e a svelare casi di corruzione e altre vicende riguardanti autorità politiche o gruppi mafiosi. Hanno pagato con la vita le proprie inchieste”.

Nell’arco di cinque mesi  la sola Europa ha affrontato la perdita di due giornalisti d’inchiesta: Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese uccisa con un’autobomba a ottobre 2017 e il giornalista slovacco Ján Kuciak e la sua compagna Martina Kušnírová, assassinati a febbraio di quest’anno.

Giornalisti spesso precari, come riconosce la stessa risoluzione dell’eurodeputata Spinelli che sottolinea l’importanza di “assicurare ai giornalisti e agli operatori dei media condizioni di lavoro adeguate, nel pieno rispetto degli obblighi sanciti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’UE e dalla Carta sociale europea, al fine di evitare indebite pressioni interne ed esterne, situazioni di dipendenza, vulnerabilità e instabilità e, dunque, il rischio di autocensura”

“Nel documento – sottolinea la relatrice Barbara Spinelli – esprimiamo preoccupazione riguardo alle leggi sulla diffamazione, sottolineando gli effetti paralizzanti che esse possono avere sul diritto a diramare e a ricevere informazioni. Al tempo stesso, abbiamo ricordato il ruolo chiave dei whistleblower nella salvaguardia del giornalismo di investigazione. In questo quadro abbiamo reso omaggio a chi, da giornalista investigativo, ha pagato con la vita la propria indipendenza: a Daphne Caruana Galizia come a Ján Kuciak”.

“La crisi economica, combinandosi con l’ascesa della comunicazione online, ha gravemente colpito un mestiere chiave nelle democrazie – conclude l’eurodeputata –  Il quarto potere è oggi impoverito, e le condizioni di chi investiga sono talmente precarie che non si può più parlare veramente di un potere indipendente, capace di evitare l’autocensura e la dipendenza da altri poteri, politici, finanziari o pubblicitari. Questo degrado è sottolineato nella nostra relazione”.

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