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Emirati, 10 anni di carcere per l’attivista e blogger Ahmed Mansoor

 

Dieci anni e una multa di un milione di dirham (circa 233.000 euro) per aver espresso le sue opinioni su Facebook e Twitter. Il 29 maggio le autorità degli Emirati arabi uniti hanno presentato l’ultimo conto ad Ahmed Mansoor, attivista per i diritti umani di fama internazionale, ultima voce libera del paese che dal 2008 criticava la situazione dei diritti umani sui suoi profili social. Riparato dallo scintillio e dalla modernità delle sue città e da lucrose sponsorizzazioni sportive e non solo, il governo emiratino intende ulteriormente preservare la sua reputazione chiudendo in carcere i dissidenti. Se solo venisse incalzato adeguatamente dalla comunità internazionale si renderebbe conto che è quella repressione vecchio stampo ad attentare alla reputazione.

Mansoor è stato giudicato colpevole di “aver pubblicato informazioni false, voci e menzogne sugli Emirati arabi uniti [tali da] danneggiare l’armonia sociale e l’unità [del paese] e la reputazione all’estero, descrivendo gli Emirati arabi uniti come un paese privo di legge”. Da una seconda accusa, ancora più assurda e grave, di “cooperazione con un’organizzazione terroristica all’estero”, Mansoor è stato invece assolto. Resta il fatto che, se l’appello alla Corte suprema federale non annullerà il verdetto, 10 anni per aver espresso opinioni senza incitare in alcun modo alla violenza costituiranno una sentenza assurda.

Quello terminato la settimana è stato il secondo processo contro Mansoor degli ultimi sette anni.

Nel 2011 la Corte suprema federale lo aveva condannato a tre anni di carcere per aver “offeso i leader degli Emirati arabi uniti mediante conferenze e discorsi pubblici”, “contattato organizzazioni internazionali per i diritti umani all’estero” (tra le quali Amnesty International) e “diffuso informazioni false per danneggiare l’azione politica dello stato”.

Graziato dal presidente, era rimasta in vigore la pena accessoria del ritiro del passaporto, che gli aveva impedito nel 2015 di recarsi a Ginevra per ritirare il premio internazionale Martin Ennals per i difensori dei diritti umani. C’è un aspetto di questa storia che riguarda anche l’Italia, o meglio un’azienda italiana, la Hacking Team, che nel 2012 Mansoor ha pubblicamente accusato di aver installato sul suo pc, grazie a un file infetto, uno spyware che consentiva alle autorità locali di monitorare i suoi movimenti e di leggere la sua posta elettronica.

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