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Ostia, i balneari minacciano, il mondo dell’informazione risponde

 

“Ti do’ due pizze”, “stai istigando, ma te l’ha ordinato il medico di fare domande?”. E per chiudere il gesto d’infilare in bocca a Giorgio Mottola, di Report, il foglio con le prove degli abusi commessi. Minacce e segnali che hanno molto a che vedere con la simbologia delle mafie. Ancora un sintomo della brutta aria che tira a Ostia e, dobbiamo dirlo, un po’ dappertutto, in Italia e fuori.

Però c’è anche un bicchiere mezzo pieno che dobbiamo valorizzare, perché di lì sta partendo la reazione alla censura di fatto che troppi e troppe forze cercano d’imporre a cronisti e, soprattutto, ai danni dei cittadini. La denuncia di quanto avvenuto ieri durante la conferenza stampa dell’associazione dei “balneari” a Ostia è partita dal passaparola degli altri cronisti presenti che per primi hanno affiancato Mottola e hanno informato gli altri colleghi che sul malaffare del litorale romano indagano e scrivono da tempo. Tra le prime a chiamare, non a caso, è stata Federica Angeli, che quelle minacce, e ben più pesanti, le continua a vivere quotidianamente. Ma non è stata la sola. Da Repubblica al Corriere, dalle agenzie che subito hanno battuto la notizia, fino al Tg1 della Rai, il racconto dei fatti e il video che l’accompagna hanno fatto il giro del web. Quella breve clip postata su facebook da Report ha già raggiunto le 150mila visualizzazioni, con migliaia di condivisioni.

E’ un doppio segnale. Perché da un lato, come già successo per il video, ben più violento, della “testata” di Roberto Spada a Daniele Piervincenzi,  è stato sfondato il muro dell’indifferenza e del cinismo che spesso accompagnano le vicende che riguardano i giornalisti. E su un altro lato, anche gli stessi giornalisti oggi solidarizzano con i colleghi aggrediti o anche solo minacciati. Lo dimostra quanto è accaduto proprio intorno alla vicenda dell’inviato di Report, lo dimostra la presenza massiccia accanto a Federica e Daniele nelle aule del tribunale dove deponevano contro i loro aggressori; la solidarietà in tutta Italia per Paolo Borrometi, contro cui i boss del ragusano e di Catania stavano organizzando un attentato, la pratica di riprendere e proseguire le inchieste dei colleghi aggrediti (o uccisi, come sta avvenendo per il lavoro di Daphne Caruana Galizia saltata in aria a Malta).

E ancora più essenziale è la mobilitazione diffusa delle organizzazioni di categoria, a cominciare dalla Fnsi e dalle associazioni sindacali regionali, dall’Ordine nazionale dei giornalisti con i nuovi vertici e tanti ordini regionali; e ancora le tante associazioni e reti nazionali e locali che si stanno muovendo. Una mobilitazione che unisce la presenza fisica nelle redazioni e nelle aule dei tribunali al fianco dei cronisti colpiti (tante volte colpiti, più che fisicamente, legalmente da querele o da imputazioni riguardanti il loro stesso dovere deontologico di informare) alla costituzioni di parte civile in quei processi: non è cosa da poco. La #scortamediatica una volta avviata non sarà facile da fermare. E’ meglio che mafiosi, abusivi, corrotti, politici e imprenditori refrattari al controllo pubblico si rassegnino.

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