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No Tav, Falcioni ‘colpevole’ di aver vissuto tutto in prima persona. Da cronista e da testimone

 

Davide Falcioni è un giornalista piuttosto silenzioso: ce ne accorgiamo quando passa in redazione, a Fanpage.it; forse per contrastare la loquacità dei suoi capi o forse per carattere, la sua media è di cinque parole in un’ora. Davide è un silenzioso ma quando si tratta di lavorare non si tira indietro. Nel 2012 per il sito di citizen journalism Agoravox si interessava delle proteste contro la linea ferroviaria ad alta velocità in Val Susa, Piemonte. Non era ancora iscritto all’Ordine dei Giornalisti (cosa che poco importa nella nostra storia, come scrive Roberta Covelli per Valigia Blu): era in quel periodo di pratica – che dura 24 mesi – in cui si scrivono articoli per poi presentare formale richiesta e diventare giornalista pubblicista. Nell’agosto di quell’anno Davide seguì un gruppo di dimostranti No Tav che occuparono la sede di Geostudio, ufficio tecnico della società Geovalsusa, società nel consorzio dei costruttori della tratta ferroviaria Torino-Lione. Davide aveva visto e vissuto tutto in prima persona. Cronista e testimone. Scrisse un reportage e un articolo spiegando che non c’erano state tensioni particolari o episodi violenti. Fin qui normale amministrazione.
Quando però egli si dichiara disponibile – com’è suo dovere civico, da testimone diretto dei fatti – a deporre in difesa dei 19 imputati per quella azione di protesta (poi tutti condannati nel 2015 in primo grado) arriva la sorpresa. Il pubblico ministero Manuela Pedrotta lo interrompe e gli spiega che nel momento in cui si siederà sul banco dei testimoni sarà al tempo stesso indagato per lo stesso reato dei manifestanti: violazione di domicilio.
In sintesi: hai visto e raccontato? Dunque hai partecipato al reato. Che fare? Testimoniare o tirarsi indietro per evitare guai? Davide testimonia, smette di essere il cronista e diventa l’imputato Falcioni. Per lui, durante il processo a Torino, depongono il direttore di Fanpage.it Francesco Piccinini e l’allora responsabile di Agoravox Francesco Raiola spiegando semplicemente che il cronista non può tirarsi indietro quando c’è da raccontare e vedere. Se c’è un passo da fare lo fa, pur di vedere coi propri occhi quel che accade. E se c’è un rischio lo valuta, cosciente del suo ruolo. Ma queste motivazioni non sono abbastanza: lunedì 9 aprile, arriva l’amara condanna in primo grado a 4 mesi. «Me l’aspettavo, ricorreremo in Appello. Posso dire che ho fatto il mio lavoro e che lo rifarei altre cento volte» dice Davide con poche (come al solito) parole. Più articolato è il racconto di Gianluca Vitale, l’avvocato che l’ha difeso: «Dalla requisitoria del pm si evince che il problema è soltanto il contenuto dell’articolo. Falcioni non fece nulla: si limitò a osservare quel che accadde, e poi lo riportò. Evidentemente lo riportò – dice il legale – in un modo che non è piaciuto alla procura. Ma così siamo alla teorizzazione giudiziaria del giornalismo embedded: bisogna stare in redazione e passare solo le veline che vanno bene. Credo che le parole del pm siano pericolose per la democrazia».

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