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Strage Kabul. Bisognerebbe ricominciare a anche a illuminare le periferie della capitale afghana

 
Pochi giorni fa Abdul Manan Arghand stava andando al lavoro, quando in due hanno affiancato la sua auto e l’hanno crivellato di colpi, alla periferia di Kandahar. Abdul era un giornalista della tv Kabul News e quella mattina prima di uscire di casa aveva pubblicato un post su FaceBook per condividere la gioia dei fiori che crescevano rigogliosi nel suo giardino.
Oggi di giornalisti ne sono morti almeno nove, quando a Kabul l’ISIS ha utilizzato una tecnica che Al Qaeda aveva reso tristemente famosa in Iraq: un primo kamikaze fa vittime in mezzo alla folla, quando arrivano giornalisti e soccorritori un secondo attentatore suicida tira l’innesco del suo giubbotto.

Pochi mesi fa, nella capitale, era stata invece colpita la sede di ShamSham Tv, pochi minuti dopo la fine dell’assedio, il coraggio afghano aveva spinto ad andare in onda un giornalista con tanto di mano fasciata, per raccontare “dall’interno” che cosa era successo.
Fare il giornalista in Afghanistan è uno dei lavori più pericolosi del mondo perchè quando non rischi di morire ammazzato dai talebani o dall’Isis, ci sono i signori della guerra, i trafficanti di oppio, i politici corrotti e arroganti che possono crearti non pochi problemi.
Purtroppo i giornalisti afghani li abbiamo lasciati soli perchè quando, alla fine del 2014, il grosso delle truppe Nato, si sono ritirate, la politica occidentale ha deciso che bisognava dimenticare Kabul. Era l’unico modo per non fare i conti – politicamente ed elettoralmente – con gli enormi errori commessi imbarcandosi in una guerra costata vite e miliardi, mentre in patria si tagliavano ospedali e scuole.

E i media occidentali hanno seguito il tacito invito a dimenticare, vuoi per la crisi economica che assottiglia le redazioni, vuoi perchè ormai fare informazione significa non aver memoria e rincorrere le breaking news del giorno, vuoi perchè al potere fa più comodo che si parli di guerra al terrore (come quella contro l’ISIS) non degli effetti che la guerra al terrore si lascia dietro, vuoi perchè parlare di vittime civili è sempre scomodo,
L’esplosione di oggi è un’altra onda d’urto contro la nostra ipocrisia, quella di noi colleghi occidentali. Sarebbe il caso di prenderne atto e ricominciare a illuminare le periferie anche quelle della capitale afghana.

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