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La forma dell’acqua

 

Prevale in arte il “postmoderno”, un paradigma sempre più praticato man mano che ci ritraiamo scontenti e delusi dall’epoca che ci è data in sorte. Anche Guillermo Del Toro, regista visionario, compie la sua fuga dalla realtà per rifugiarsi nel periodo della “guerra fredda” e dello scontro per l’egemonia tra le due potenze planetarie di allora, Unione Sovietica e Stati Uniti. Sono gli anni di James Bond , l’Agente 007 di Ian Fleming, ma la narrazione ricalca piuttosto i romanzi di spionaggio di Graham Green e di John le Carré, raffinati e geniali scrittori britannici. L’America ufficiale è invece quella illustrata nelle copertine di  “The Saturday Evening Post” Magazine dall’insuperabile Norman Rockwell che riproduce con stupefacente iperrealismo, la middle class trionfante. Niente di più falso, niente di più vero. All’infuori di quel modello largamente condiviso si resta terribilmente soli e affamati d’amore. Come i due protagonisti di La forma dell’acqua, Elisa e Giles, che per risparmiare condividono lo stesso appartamento in un caseggiato alla periferia di Baltimora (città in cui morì, che combinazione!, E.A.Poe). Lui (Richard Jenkins) è un gay di mezza età, amabile e riservato, ben lontano dall’orgoglio di ‘genere’; disegnatore straordinario alla Rockwell appunto, ma con scarsi committenti. Lei (Sally Hawkins) è un’umile addetta alle pulizie in un segretissimo laboratorio statale di ricerca, dove si compiono esperimenti sulle possibilità di sopravvivenza nello spazio. Appassita e bruttina, ma molto dolce, la giovane donna si alza presto ogni mattina, si immerge nella vasca da bagno, si masturba sorridendo agli angeli, si veste, infila la colazione in una busta di carta, e corre al lavoro; dove spesso l’amica di colore Zelda (Octavia Spencer) vedendola arrivare trafelata le timbra il cartellino per coprirne il ritardo, tra il mugugno delle colleghe.
Il laboratorio è diretto da uno scienziato buono, che in realtà è un agente segreto sovietico infiltrato. A capo della sorveglianza c’è invece il crudele colonnello Richard Strickland (Michael Shannon) quintessenza del maschio americano, con la mascella quadrata, il mito dell’efficienza e del successo a ogni costo, la famigliola oleografica con mogliettina ubbidiente ai fornelli e a letto, e due figli pronti a crescere sull’impronta paterna. Quando il mostro marino tenuto in cattività gli strappa con un morso due dita della mano sinistra, riesce persino a scherzarci sopra, al telefono, con stoico disprezzo del dolore, riferendone al generale suo diretto superiore: “Me ne rimangono altri tre, il pollice, l’indice e il medio per la figa!”

Al centro della storia c’è dunque una creatura mostruosa, un gigantesco tritone squamoso, metà pesce e metà uomo, catturato in Amazzonia e venerato come un dio dalle tribù native. L’umanoide, forse un mutante, è rinchiuso in un silos di vetro pieno d’acqua, con vasca di affioramento usata per le feroci sperimentazioni, mentre è strettamente tenuto alla catena. Quando Elisa lo scorge per la prima volta oltre il cristallo ne rimane conquistata a prima vista; la ragazza è muta, comunica a gesti, e con quelli riesce facilmente a farsi capire anche dalla ‘bestia’ che possiede intelligenza e sensibilità prodigiose; benché per il malvagio colonnello non sia altro che “spregevole mondezza” da domare, fino a tramortirlo, con bastonate e violente scariche elettriche del suo inseparabile manganello. Elisa ne prova orrore, in misura identica alla compassione nei confronti dell’infelice e meravigliosa creatura; anzi dentro di lei cresce un irresistibile invaghimento, che presto si trasforma in vero amore. La ragazza gli porta in dono delle uova soda di cui è ghiotto, e nei brevi momenti in cui restano soli, i due alimentano la reciproca passione con sguardi, gesti, e fuggevoli contatti, accolti dalla creatura marina con sonore vocalità che sembrano risalire da profondità abissali. Solo lo scienziato Dimitri Antonovich Mosenkov, alias dott. Robert Hoffstetler (Michael Stuhlbarg), spiandoli, è al corrente di cosa sta accadendo, e quando gli eventi volgono al peggio per il mostro, in procinto di essere sottoposto a un’atroce vivisezione, pur di non vedere distrutto un così stupefacente fenomeno della natura, lo studioso esce allo scoperto e aiuta la ragazza, spalleggiata dal compagno di camera, a rapire il mutante per nasconderlo nel proprio appartamento. La creatura vivrà nell’acqua della vasca da bagno, opportunamente salinizzata, in attesa dei tempi propizi per essere restituito al mare aperto. Naturalmente la lotta che si scatena è senza quartiere, e scorrerà il sangue. Mi fermo in tempo: il film è pieno di risvolti sorprendenti, colpi di scena, duelli mortali, e persino scene d’amore che a noi umani non è concesso sperimentare nel limitatissimo orizzonte quotidiano. Il clima della storia è plumbeo, crepuscolare, le scene del laboratorio segreto possono perfino rievocare certi arcaici e sinistri sfondi di Metropolis; ma l’immediata analogia è con i film di fantascienza degli anni Cinquanta, spesso ricalcati sulle storie a fumetti di superbi disegnatori.
Guillermo Del Toro, già autore cult per Hellboy (2004), ha dichiarato di essersi ispirato alle emozioni provate da bambino assistendo a Il mostro della laguna nera di Jack Arnold, e di aver scritto, ancor prima della sceneggiatura di The shape of water, il romanzo Trollhunters, a quattro mani con Daniel Kraus (2011). Ma questi sono manicaretti per cinefili.
Ciò che ci attrae è il senso riposto dell’operazione, molto simile al “citazionismo” bulimico di Quentin Tarantino, ma esente da quel ‘divertimento’ scoperto e compiaciuto; qui sul gioco fine a se stesso prevale una riflessione meno di superficie e più aderente alla poesia. L’ambizione è di dar vita a una storia da contrapporre metaforicamente al nostro mondo omologato dal pensiero unico dominante, arrogante e violento. Del Toro con grazia elegiaca ci racconta la storia d’amore, non soltanto platonica, tra Elisa e il prestante anfibio, che possiede branchie e polmoni per respirare nell’aria e sotto l’acqua; è dotato di facoltà taumaturgiche, e risorge anche se colpito a morte, essendo creatura dei due regni, l’abisso equoreo e le terre emerse. Al punto che perfino il suo acerrimo nemico, lo spietato Strickland, è costretto ad ammettere: “Ma costui è un dio!”.

Non a caso sarà una donna a riconoscerlo per tale e a farsi possedere. Come avviene nei miti più antichi e negli archetipi della nostra psiche.
Contro l’ottusità che ci porta a distruggere ciò che non conosciamo, il film ci mette in guardia dai falsi modelli, per quanto ben patinati, e ci trasporta in una dimensione da favola, certo, ma non per questo meno reale. L’ambiente, i costumi, i luoghi, i dialoghi, i personaggi, sono così perfetti e conseguenti da indurci a credere che si tratti di una storia attuale e senza tempo. Dopotutto gli esseri viventi altro non sono che la forma dell’acqua, tutti indistintamente rigurgitati dal mare.

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