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Processo Aemilia. Il ruolo fondamentale della stampa locale emiliana

 

Come viene raccontata la cronaca giudiziaria? Ed è vero che talvolta la stampa diventa strumento (inconsapevole o meno) della pubblica accusa? Il tema, inutile nasconderlo, e’ sentito e merita certamente un dibattimento ed un approfondimento che coinvolga avvocati, magistrati ed, appunto, giornalisti: ma un Osservatorio, organizzato dagli avvocati, e’ il metodo migliore? Io, da avvocato, penso che non lo sia. Vengo al punto. I colleghi della Camera Penale di Modena hanno istituito un osservatorio per monitorare come, nel territorio emiliano, e modenese in particolare, viene raccontata la cronaca giudiziaria al fine di valutarne l’impatto mediatico (anche) nel processo penale. E, nel comunicato con cui si dà notizia dell’istituzione dell’Osservatorio la Camera Penale di Modena si fa un riferimento esplicito al procedimento Aemilia, prendendolo ad esempio di racconto della cronaca giudiziaria dalla parte della pubblica accusa.

Da qui, come prevedibile, la replica dell’Ordine dei giornalisti dell’Emilia, dell’Assostampa emiliana e della Federazione nazionale della stampa. Ora, sebbene ritengo di dover entrare nella polemica in punta di piedi, considerato che nel procedimento Aemilia assisto l’Ordine dei giornalisti e l’Associazione della stampa emiliani (costituiti in giudizio a tutela dei giornalisti minacciati da alcuni imputati accusati di associazione mafiosa) alcune considerazioni voglio farle.

Prima: proprio la stampa locale emiliana, per Aemilia, ha avuto un ruolo fondamentale perché ha raccontato molti fatti prima che la magistratura procedesse, e ciò dimostrando che, almeno in questa circostanza, la stampa ha svolto un ruolo preminente, indagando essa stessa e non andando a rimorchio della pubblica accusa. 

Seconda: proprio per Aemilia alcuni giornalisti sono persone offese, perché intimiditi e minacciati: non ultimo, in una delle recenti udienze, un pentito ha raccontato l’episodio di un tentativo, poi abbandonato, di mettere a tacere un giornalista rompiscatole. 

Terza: un Osservatorio, per giunta ad intera composizione di avvocati, non è lo strumento migliore per discutere di un argomento che, di certo, esiste. Ben vengano incontri, dibattiti e studi accurati, ben vengano perfino osservatori ma che siano composti da magistrati, avvocati ed anche giornalisti. Perché un Osservatorio ad intera composizione di avvocati, a prescindere dalle migliori intenzioni, si presta a mille strumentalizzazioni, che ne sviliscono lo scopo. Non compete a noi avvocati monitorare la stampa, che per definizione e’ colei che dovrebbe monitorare e vegliare su tutti gli altri ‘poteri’. E, soprattuto, poiché noi avvocati siamo in prima linea nella difesa dei diritti individuali del cittadino dobbiamo esigere certo una informazione che non sia esclusiva voce della pubblica accusa ma dobbiamo accettare che sui nostri assistiti possa correre in parallelo l’inchiesta della stampa e poi il suo giudizio. 

Quarta: aldilà delle ricadute ‘mediatiche’ (che certamente sono rilevanti) dubito che la stampa possa influenzare ‘in maniera sistemica’ il giudicante, anzitutto per la profonda differenza con il sistema delle giurie presente nel sistema americano, dove però la stampa e’ ben più aggressiva che in Italia, che si presta, di certo, di più ad un condizionamento rispetto ai collegi giudicanti del nostro ordinamento, proprio per la diversa composizione. In definitiva: il tema merita un approfondimento, ma tempi e modi, secondo me, sono stati del tutto inopportuni.

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