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Testamento biologico, una legge che applica la Costituzione. E non è eutanasia

 

L’Italia adesso ha una legge dignitosa sulla fine della vita. Il testamento biologico, che è una libera scelta di ogni cittadino, applica, dopo 70 anni, l’articolo 32 della Costituzione, che recita: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Parole simili ha usato recentemente papa Francesco e perfino, molti decenni fa, Pio XII. Ma noi in politica abbiamo i papisti più papisti del papa, che hanno da sempre ostacolato qualsiasi legge sul fine vita, rendendo tra l’altro impossibile un dibattito parlamentare più articolato, che avrebbe certamente potuto migliore il testo normativo ma avrebbe reso impossibile l’approvazione prima della fine della legislatura. Il fatto che invece si sia raggiunto il risultato è un passo avanti per gli italiani, che si trovano ora più allineati con gli altri cittadini europei e possono assumersi la responsabilità – perché di questo si tratta – di decidere sulle terapie che vogliono o non vogliono ricevere nelle fasi estreme di una malattia irreversibile.

In queste settimane la voce più emozionante su questo complesso argomento si è levata da un cattolico vero, un praticante e un testimone di una fede totale appresa e vissuta accanto ad un grandissimo uomo del Novecento, don Lorenzo Milani. Parlo di Michele Gesualdi, il primo e il più amato fra i ragazzi di Barbiana, operaio, poi coraggioso sindacalista della Cisl, infine presidente della provincia di Firenze. Mai un’ombra nella sua vita pubblica, mai un comportamento non coerente con la sua tenacissima fede. Gesualdi da alcuni anni è malato di SLA, e ha scritto con disarmante chiarezza la sua storia in una lettera ai presidenti di Senato e Camera proprio in vista dell’iter finale della legge sul testamento biologico, contestato dalla curia fiorentina. Cinquanta anni dopo, Barbiana è ancora un problema per i vescovi di Firenze, non per Francesco, che è andato a pregare lassù, su quel cucuzzolo sempre ventoso dove riposa il priore di Barbiana.

Scrive Gesualdi: C’è chi sostiene che rifiutare interventi invasivi sia una offesa a Dio che ci ha donato la vita. La vita è sicuramente il più prezioso dono che Dio ci ha fatto e deve essere sempre ben vissuta e mai sprecata. Però accettare il martirio del corpo della persona malata quando non c’è nessuna speranza né di guarigione né di miglioramento, può essere percepita come una sfida a Dio. Lui ti chiama con segnali chiarissimi e rispondiamo sfidandolo, come se si fosse più bravi di lui, martoriando il corpo della creatura che sta chiamando, pur sapendo che è un martirio senza sbocchi. Personalmente vivo questi interventi come se fosse una inutile tortura del condannato a morte prima dell’esecuzione. Come tutti i malati terminali negli ultimi cento metri del loro cammino, pregano molto il loro Dio, e talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: «Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetrate a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà». Di fronte a queste parole rimane una grande serenità che ti toglie la voglia di piangere e urlare. Ti resta solo l’angoscia per le persone che ami e che ti amano. Quando mia moglie ha saputo che in caso di crisi respiratoria durante la notte non ha altra scelta che chiamare il 118 e che il medico di bordo o quelli del pronto soccorso possono rifiutarsi di rispettare la volontà del malato e procedere ad interventi invasivi, si è disperata e mi ha detto: «Se ti viene di notte una crisi forte non posso chiuderti in camera e assistere disperata in silenzio a vederti morire. Sarebbe per me un triplice dramma: tremendamente sola di fronte alla tragedia, non poter corrispondere a un tuo desiderio, anche se sofferto da me e dai figli, e l’immenso dolore di perderti». Per l’insieme di questi motivi sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico. Non si tratta di favorire l’eutanasia, ma solo di lasciare libero l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari…

La legge è esattamente questo, lascia libero il malato, quando è ancora lucido, cosciente e consapevole, di poter decidere di non essere torturato per allungare per poco tempo una vita che non può più chiamarsi tale. Nessuno fra quelli che come Gesualdi ha combattuto per il testamento biologico andrebbe mai a morire in una clinica fuori Italia, quello è un altro approccio al problema. Ma ciascuno di noi adesso può scrivere e lasciare a qualcuno dei suoi cari il testo di come vorrà che avvengano le terapie in casi come quelli senza alcuna speranza, in caso di coma e perdita di coscienza. Da cattolica penso che la vita deve riprendersela Dio e io ho il diritto di combattere per tenermela ancora nei termini che personalmente ritengo accettabili, non oltre. E la mia scelta non inficia in alcun modo quella diversa di un altro perché, ancora una volta, è una scelta, quindi basata sul libero arbitrio della singola persona.

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