Usa. La vittoria dei democratici in Alabama alle suppletive del Senato va oltre ogni attesa

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Trump in netta difficoltà.. I repubblicani attendono con trepidazione il voto di mid-term del 2018

Di Pino Salerno

La vittoria del candidato democratico Doug Jones e la sconfitta del repubblicano Roy Moore nelle elezioni suppletive per un posto da senatore in Alabama si è rivelata come uno degli esiti più incredibili nella recente storia democratica degli Stati Uniti. Per questa ragione, la vittoria dei democratici in Alabama ha implicazioni politiche più immediate. Gli elettori delle città dell’Alabama e ancor di più dei sobborghi hanno rigettato in massa la candidatura del repubblicano Moore, ed è un segnale fortissimo di quanto accadrà l’anno prossimo nelle elezioni di medio termine. Nella Contea di Jefferson, dove c’è la capitale Birmingham e in alcune delle zone più ricche, il candidato democratico ha ottenuto più del 69% dei voti. Nella Contea di Madison, i democratici hanno conquistato il 57%.

E se gli elettori dell’Alabama, soprattutto le donne, possono essere stati condizionati dalle accuse di violenze sessuali contro Moore, risultati come questi non sono isolati. Ribadiscono quanto accaduto nelle elezioni dello stato della Virginia, anch’esse condizionate dal voto dei sobborghi, ovvero elettori con alta formazione e ad alto reddito, che fino al 2016 si esprimevano per i repubblicani. Se i candidati repubblicani nelle prossime elezioni del 2018, di mid-term, non riusciranno a distanziarsi nettamente dal presidente Trump, affronteranno una severa lezione dal loro elettorato.

I democratici hanno faticato parecchio e per anni per riportare al voto gli elettori afro-americani, soprattutto nelle elezioni suppletive. E nel caso dell’Alabama, la fortissima affluenza degli elettori di colore è stata essenziale per giungere alla vittoria finale. Doug Jones ha investito molte risorse politiche per incoraggiare il voto di colore: ha organizzato incontri coi leader democratici molto amati dalle comunità afro-americane. Così, l’elettorato di colore si è recato in massa alle urne, dando a Jones il successo decisivo nelle città e soprattutto nelle zone rurali, le più dure da conquistare per i democratici. Nella contea di Jefferson, ad esempio, l’affluenza è stata superiore del 30% rispetto alle precedenti supplettive, e i democratici hanno pressoché eguagliato il risultato nazionale della Clinton. Con la vittoria democratica dell’Alabama e con quella del mese scorso in New Jersey, l’establishment repubblicano ha trovato subito i colpevoli: lo stesso Moore e Steve Bannon, l’ex capo dello staff di Trump, artefice della nuova destra americana.

“Steve Bannon ci è costato un seggio importante in Senato”, dice Steven Law, uno dei pezzi grossi dei repubblicani a Washington, “in uno degli stati a più forte concentrazione repubblicana, ma ha gettato il presidente degli Stati Uniti in un sono fiasco”. Infatti, i media nazionali hanno ricordato che entrambi i candidati sostenuti da Donald Trump hanno perso: alle primarie repubblicane, infatti, il presidente aveva appoggiato Luther Strange, sconfitto poi dal candidato che ieri è stato battuto dal democratico Doug Jones. Questa mattina, Trump ha motivato la sua scelta iniziale nel primo tweet odierno: “La ragione per cui avevo inizialmente sostenuto Luther Strange è che avevo detto che Roy Moore non sarebbe stato in grado di vincere le elezioni. Avevo ragione! Roy ha lavorato duramente, ma le carte sono state truccate contro di lui!”. Trump, dopo l’incertezza iniziale, aveva pienamente appoggiato Moore, accusato di molestie sessuali; molti leader del partito repubblicano, invece, avevano scelto di non sostenerlo.

Da jobsnews


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