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Sì, “siamo tutti Anna Frank”. E come giornalisti abbiamo la responsabilità di un’informazione educativa e solida

 

Cosa rimane dopo tutto questo? Quale traccia resta (da cittadini ma anche da giornalisti) dopo la squallida, inquietante vicenda che ha richiamato alla mente di milioni di italiani il nome di Anna Frank? Che lezione trarre – se ce n’è una – dopo gli ennesimi graffi all’anima e alla memoria, dopo un episodio che (al di là dei suoi aspetti sociali, politici, istituzionali) ripropone anche alla nostra professione quesiti laceranti e in parte insoluti?
Non è più in gioco – crediamo – l’ormai antistorico “meglio parlarne o ignorare?”. Ignorare è impossibile nell’epoca del web, di una comunicazione immediata, globale e spesso incontrollata che sovrappone e confonde i ruoli, e che ormai accredita tutti sulla stessa indistinta tribuna, dallo “street reporter” al dotto opinionista da talk show. Piuttosto è il “come parlarne” a prendere la scena con forza, a rimarcare uno degli obiettivi fondamentali del nostro ruolo di giornalisti: cronisti da un lato, mediatori culturali dall’altro, in una doppia veste rigorosa e preziosa che occorre saper indossare con onestà e responsabilità.

E allora raccontiamo senza pudori e senza sbavature un copione che, in casi come questo, si raffigura con una ripetitività quasi stucchevole e per ciò stesso insidiosa: dall’accensione della miccia (il ritrovamento degli adesivi con la foto di Anna Frank “ritoccata” con indosso la maglia della Roma) alla reazione indignata di istituzioni e autorità, fino alle iniziative a vario titolo riparatrici (la visita del presidente della Lazio alla Sinagoga di Roma, l’annuncio di futuri viaggi di tifosi ad Auschwitz, la decisione della Federcalcio di promuovere una breve riflessione sui campi di serie A e B con la lettura di un passo del Diario di Anna Frank prima delle gare).

Ma poi? Ecco, la vera partita come sempre comincia dopo, comincia adesso. Comincia quando si finisce di registrare la cronaca e si prova (si deve provare) a orientare il radar affinché il passato non venga vanificato. Chi racconta ogni giorno lo sport, soprattutto il calcio, sa di essere parte di un cosmo variegato, denso di passioni spesso smodate, di contese fortemente simboliche che talvolta affidano a un campo da gioco rivalse e riscatti sociali, specchio quasi perfetto della porzione di umanità che ne fruisce. Un cosmo dalla bellezza leggera ma anche delicata, fragile, scivolosa, nel quale spesso si è incapaci di scindere le gioie dalle arroganze, le emozioni dagli sfoghi, le rivalità dai rancori. Orientare questo racconto eludendo le insidie che ne fanno parte, non assecondando quelle smodate passioni, indicando una rotta da sportivi più che da tifosi, è la missione quotidiana da compiere.

Basta pochissimo per diventare complici più o meno inconsapevoli, per alimentare un terreno di coltura nel quale hanno già attecchito da tempo i semi dei deficit culturali, delle disattenzioni adolescenziali, del dogma facile del vincere a tutti i costi, del pensiero da imporre anziché da confrontare. Non aiuta lo scenario dei social network, cornice e tela di comunicazione quotidiana e collettiva, che si traduce spesso e desolatamente in uno sfogatoio becero e violento. E’ lì che la banalità del male si insinua e vince i suoi round, esaltando il vilipendio o facendo assurgere a goliardia il fango di battute vergognose anche solo da concepire.

E allora sì, ribadiamo convintamente con Mario Calabresi il “siamo tutti Anna Frank” di questi giorni, ma non rinunciamo – da domani – all’ambizione della mediazione: reale, solida, educativa. La battaglia da vincere è quella ostinata e discreta di ogni giorno, e non quella emotiva nelle ore dell’emergenza. Per non contrapporre stancamente, alla prossima occasione, al rituale dell’insulto quello dell’indignazione.

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