Giornalismo sotto attacco in Italia

Ucciso da un ragazzino mentre andava al lavoro in Puglia: la barbarie delle baby gang e il fallimento educativo di una società distratta

0 0
C’è un momento preciso in cui una comunità deve avere il coraggio di fermarsi e guardarsi allo specchio. L’omicidio di Sako Bakari, 35 anni, assassinato a Taranto mentre andava al lavoro, è uno di quei momenti. Non può essere archiviato come un semplice fatto di cronaca nera. Non basta indignarsi per qualche giorno, condividere post sui social e poi tornare alla normalità. Perché qui non siamo davanti soltanto a un delitto: siamo davanti al crollo del senso umano del rispetto, del valore della vita, della capacità di distinguere il bene dal male.
Un uomo che cercava soltanto di vivere onestamente, che ogni mattina prendeva la bicicletta per raggiungere la stazione e andare a lavorare nei campi, è stato circondato, inseguito, colpito e lasciato morire da un gruppo di ragazzi. Ragazzi. Non criminali navigati, non killer professionisti. Adolescenti. Uno di loro ha appena 15 anni.
È questo il dato che dovrebbe terrorizzarci più di tutto.
Perché quando un quindicenne prende un coltello e lo usa per colpire un uomo inerme, significa che qualcosa si è spezzato molto prima di quella notte. Si è spezzato il rapporto con l’educazione, con l’empatia, con il rispetto della sofferenza altrui. Si è spezzato il senso del limite.
Le baby gang oggi non sono più soltanto bande di bulli che cercano visibilità. In molte città italiane stanno diventando branchi violenti, privi di coscienza, capaci di trasformare il branco in una macchina di umiliazione e morte. Ci si accerchia per sentirsi forti. Si filma, si ride, si aggredisce. La violenza diventa spettacolo, linguaggio, identità.
E la domanda che tutti dovremmo porci è semplice e terribile: dove stanno crescendo questi ragazzi?
Viviamo in un tempo in cui troppo spesso si è sostituita l’educazione con l’assenza. Assenza di ascolto, assenza di regole, assenza di responsabilità. Troppi giovani crescono senza strumenti emotivi, senza riferimenti autentici, immersi in una cultura che premia l’arroganza, la sopraffazione, l’esibizione della forza. In molti casi manca perfino il linguaggio dell’amore: nessuno insegna più che l’altro è una persona, non un bersaglio.
Non è solo colpa delle famiglie. Sarebbe troppo facile e ingiusto ridurre tutto a questo. È una crisi collettiva che coinvolge scuola, istituzioni, politica, social network, modelli culturali e perfino il modo in cui la società adulta comunica con le nuove generazioni. Abbiamo riempito i ragazzi di connessioni virtuali ma li abbiamo lasciati soli nella costruzione della coscienza.
Intanto le città iniziano a vivere nella paura.
Anche a Lecce, in questi giorni, cresce l’allarme baby gang nel pieno centro cittadino. Gruppi di giovanissimi che provocano, intimidiscono, aggrediscono coetanei e passanti, alimentando un clima di tensione che preoccupa famiglie e commercianti. Episodi che fino a qualche anno fa sembravano lontani dalle realtà del Sud oggi sono sotto gli occhi di tutti. Non si tratta più di “ragazzate”. Quando un gruppo usa la violenza per dominare lo spazio pubblico, siamo davanti a un’emergenza sociale vera.
Servono certamente più controlli, più presidi, più interventi rapidi delle forze dell’ordine. Ma la repressione, da sola, non basta. Perché il problema nasce molto prima del coltello. Nasce nel vuoto educativo, nella povertà emotiva, nell’incapacità di insegnare il rispetto della vita umana.
Bisogna tornare a educare all’empatia. A insegnare che la fragilità non è debolezza, che la forza non è violenza, che il coraggio non è fare branco contro uno solo. Bisogna restituire valore alle parole “rispetto”, “responsabilità”, “umanità”, parole che oggi sembrano quasi fuori moda.
La morte di Sako Bakari non può diventare un numero. Era un uomo che lavorava, che aveva sogni, dignità, una storia. È stato ucciso senza motivo, da ragazzi che probabilmente non hanno nemmeno compreso fino in fondo il peso irreversibile dei loro gesti.
Ed è forse questa la tragedia più grande: una generazione che rischia di crescere senza percepire il valore della vita. Una generazione in bilico, armata di rabbia e vuoto.
Se non avremo il coraggio di affrontare adesso questa deriva culturale ed educativa, continueremo a piangere vittime innocenti e a scoprire assassini sempre più giovani.
E allora sì, avremo perso tutti.

Fabiana Pacella, Presidio articolo 21 Puglia

Iscriviti alla Newsletter di Articolo21

Articolo21
Panoramica privacy

Questo sito Web utilizza i cookie in modo che possiamo fornirti la migliore esperienza utente possibile. Le informazioni sui cookie sono memorizzate nel tuo browser ed eseguono funzioni come riconoscerti quando ritorni sul nostro sito Web e aiutare il nostro team a capire quali sezioni del sito Web trovi più interessanti e utili.

This website uses cookies so that we can provide you with the best user experience possible. Cookie information is stored in your browser and performs functions such as recognising you when you return to our website and helping our team to understand which sections of the website you find most interesting and useful.