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Vado bene per l’inferno? Si, sempre storto. Un anno dopo lo sgombero della “giungla” di Calais

 

Da Calais, i migranti non sono mai andati via. Dopo lo spettacolare sgombero della giungla – la più grande bidonville d’Europa, che ospitava circa dieci mila persone – nell’ottobre del 2016, il governo francese ha soltanto tentato di renderli invisibili. Un anno dopo, i migranti continuano a confluire nella cittadina portuale. Sarebbero più di 700, secondo le associazioni, 500 secondo la prefettura. Reportage ai confini dell’Europa.

Era l’alba, un anno fa. Mentre dalle nuvole grigie e gonfie di pioggia filtravano i primi tiepidi raggi di sole, una lunga fila di migranti sudanesi, afghani, etiopi ed eritrei si snodava dalle baracche della “giungla” di Calais, per lo spettacolare sgombero della bidonville più grande d’Europa. 7.400 migranti furono trasferiti in centri di accoglienza sparpagliati su tutto il territorio francese. Alla periferia est della cittadina portuale, lì dove un anno fa vivevano circa 10.000 persone, si trova oggi una grigia distesa di sabbia ed erbacce. Un grande cartellone campeggia all’entrata del sito. Lavori di ripristino nell’ambito delle misure compensatorie del progetto «Calais Port 2015». Il progetto fa parte di alcune misure compensatorie richieste allo Stato francese dalla sindaca di Calais Natasha Bouchart (Les Républicains, centro-destra, partito del primo ministro Philippe) per compensare i “pregiudizi” causati alla città dalla presenza dei migranti. In totale 100 milioni di euro. “Siamo la sola città in Europa che ospita sul suo territorio la frontiera con un altro paese, la Gran Bretagna. Il problema migratorio non si risolverà, il pregiudizio è permanente”, ha dichiarato recentemente. In ballo, anche un progetto di costruzione di uno stadio ippico.

 

UNA “NUOVA GIUNGLA”

Nonostante lo sgombero, i migranti sono ritornati a Calais. Sarebbero più di 700 secondo le associazioni, circa 500 per la prefettura. Una “nuova giungla” si è creata a qualche centinaio di metri dalla vecchia bidonville, nella boscaglia di rue des Verrotières, nella zona industriale. Lo sa bene Ibrahim, giovane etiope giunto in città cinque mesi fa. Afferra stretto una croce cristiano-ortodossa in legno intarsiato, marrone scuro, seduto a gambe incrociate su di un masso. È lì con due suoi amici, Akilas e Tamir, compagni di viaggio. Ibrahim, occhi neri come olive nere, esibisce un foglietto sgualcito, ricevuto all’ospedale di Calais. Il medico gli ha prescritto due antibiotici e, ironia della sorte, una doccia. Un monito alle autorità francesi, più che una ricetta bianca. “Non faccio una doccia da tre settimane e vuoi sapere la verità? Sono costretto a evacuare nei boschi”.

 

L’ACCESSO ALL’ACQUA

Secondo un rapporto dell’Onu della settimana scorsa, “l’accesso limitato all’acqua potabile, alle docce e ad altri dispositivi sanitari” costituisce un grave problema per i migranti Calais. Dieci bagni chimici sono stati installati nello spiazzo adiacente alla boscaglia. Ogni mattino, un tubo lungo una decina di metri si snoda da una camionetta bianca, in rue des Verrotières. Spento il motore, lentamente, questa umanità dolente affluisce dai quattro angoli della boscaglia che circonda la zona industriale. I rubinetti, una decina, sono accessibili per sole sei ore al giorno, sistemati a pochi centimetri dal terreno sabbioso. Un sistema di docce è accessibile con servizio di navette. “È stato fatto di proposito per impedirgli di lavarsi. È indegno”, denuncia François Guennoc, vice-presidente dell’Auberge des migrants. Ayoub, sedicenne somalo arrivato in Europa via la rotta del Mediterraneo centrale, un anno fa, riflette amaramente: “La mia dignità è sospesa a cinquanta centimetri dal fango”. Come tanti migranti bloccati a Calais, dorme all’addiaccio nella boscaglia della periferia della cittadina portuale.

Chi brilla per la sua assenza è lo stato francese, che dopo lo sgombero non ha più rimesso piede a Calais, dove è assente ogni dispositivo d’accoglienza statale. La strategia del ministero degli interni, guidato dal socialista Gérard Collomb, è quella di evitare la formazioni di una nuova bidonville, “per non ripetere gli errori del passato”. A 100 kilometri da Calais, nelle cittadine di Bailleul e Troisvaux, il governo ha fatto aprire due centri di accoglienza, con l’obiettivo di farvi confluire i migranti di Calais. Che, però, hanno intenzione di raggiungere Londra. “Questi centri sono una risposta inadatta. Nessuno dei migranti di Calais domanderà l’asilo in Francia. È fumo negli occhi”, analizza François Guennoc, vice-presidente dell’Auberge des migrants.

 

LA PRESSIONE DELLA POLIZIA

 A Calais, lo stato di diritto è sospeso tra un rubinetto e il terreno fangoso. Da mesi il chiodo fisso delle autorità francesi è rendere la vita impossibile ai migranti. Impedirgli anche di camminare. “Siamo alla caccia al migrante. La Police ha consegne molto severe, molesta i migranti fisicamente e psicologicamente”, commenta duramente Vincent de Coninck, direttore del Secours Catholique di Calais, secondo cui le forze dell’ordine transalpine compiono regolarmente abusi sui migranti, anche mentre dormono. “Ogni tre giorni vengono a cercarci, nei boschi o sotto i ponti. Ci requisiscono zaini e sacchi a pelo. Prima di mangiare, alle sette del mattino o di notte, ci servono una bella dose di manganellate e spray orticanti. Sono fuggito dalle prigioni etiopi e libiche per respirare gas lacrimogeni in Europa”, le parole di Anak, studente fuggito dall’Etiopia. Non dorme da quattro giorni, i suoi gesti si fanno scattanti, nervosi. Una pattuglia di Crs (Compagnie de sécurité républicaine) passeggia, manganelli alla mano e caschi legati alle ginocchia, a pochi metri dai punti di distribuzione dell’acqua.

Calais è una zona di non-diritto per i migranti che tentano ancora di raggiungere il Regno Unito. “Gli elementari principi del rispetto della vita umana sono disattesi, violati, calpestati. È così da quindi anni qui”, accusa Vincent de Coninck. Nel 2002, dopo la chiusura del centro d’accoglienza di Sangatte – a pochi kilometri a ovest di Calais -, i migranti si sono riversati a Calais, in prossimità dello snodo autostradale che conduce a Londra. Gli sgomberi si sono ciclicamente susseguiti a nuove occupazioni.

 

L’INVERNO SI AVVICINA

 L’inverno si avvicina e le piogge si intensificano. La notte scorsa, la colonnina di mercurio ha toccato i 5 gradi, mentre il vento gelido del nord della Francia mozzava il respiro e le gambe. Presto cadrà l’inverno e i thè caldi dei volontari non basteranno più a scaldare il corpo. “La prefettura sta riflettendo ad una soluzione abitativa per l’inverno, soprattutto per i minor, le donne e i soggetti più vulnerabili”, fanno sapere le associazioni. Le autorità vi sarebbero costrette grazie al plan grand froid, dispositivo di prevenzione delle conseguenza catastrofiche del freddo sulle persone vulnerabili. Il primo livello di allerta scatta ad una temperatura di -5 gradi notturni.

 

CAMBIAMENTO SEMANTICO

Nonostante Calais assomigli oggi più a un bunker che a una cittadina portuale – sono decine i kilometri di barriere e filo spinato disseminati per la città -, i migranti continuano a confluirci. A luglio, il Ministro degli Interni Gérard Collomb invitava le associazioni ad “esercitare il loro savoir-faire altrove” e a distinguere tra “il diritto all’asilo e altri motivi di migrazione”. “La politica ha creato l’imbuto di Calais. L’arrivo di Macron ha corrisposto soltanto ad un cambiamento semantico: dalla fermezza e umanità sotto Hollande, siamo passati ad efficacia e generosità, sotto Macron. Ma la direzione intrapresa è in continuità con quella dei governi precedenti. E insegue la destra”, riflette preoccupato Vincent de Coninck.

Le denunce di migranti e associazioni fanno sorgere delle domande sugli sforzi del governo francese nella gestione della questione migratoria a Calais. “C’era da espettarselo. Delle soluzioni emergenziali corrispondono allo sviluppo di un problema permanente”, sospira rassegnato Arthur, volontario indipendente da vent’anni a Calais. Vado bene per l’inferno? Si, sempre storto.

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