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Zaman, restano in carcere i sei giornalisti a processo. E scattano nuovi arresti di studenti e avvocati

 

Era un esito scontato ma non per questo meno doloroso e preoccupante. Nazli Ilcak, 73 enne veterana della stampa turca, Ahmet Altan e il fratello Mehmet, il primo giornalista politico, il secondo economista – editorialista molto popolare in Turchia e ospite costante di trasmissioni televisive, restano in carcere insieme agli altri tre colleghi del quotidiano Zaman imputati nel processo per terrorismo iniziato lunedì scorso nel penitenziario di Silivri, dove si stanno svolgendo anche le udienze per il dibattimento a carico di giornalisti e amministratori di Cumhuriyet, che riprenderà il 25 settembre.
Tutti gli accusati, che rischiano l’ergastolo, sono in carcere dall’estate 2016, quando furono arrestati perché sospettati di aver sostenuto con la loro attività giornalistica l’imam Fetullah Gulen, ritenuto la mente del fallito golpe del 15 luglio dello scorso anno.
Il processo che vede coinvolta l’intera redazione di Zaman riguarda 16 persone, di cui 10 sono riuscite a rifugiarsi all’estero prima del blitz della polizia. Tra questi il direttore del quotidiano, Ekrem Dumanli, arrestato una prima volta nel dicembre 2015 e costretto a fuggire all’indomani del tentativo di colpo di stato e dell’ondata di fermi di giornalisti ordinata dal presidente Recep Tayyip Erdogan.
Repulisti tutt’ora in corso.
Solo nell’ultima settimana sono finite in carcere oltre 150 persone in diverse operazioni contro sospetti affiliati alla presunta rete golpista.
A più di un anno di distanza dal mancato push le indagini della magistratura proseguono senza sosta e non risparmiano alcun settore, dall’informazione all’amministrazione pubblica, dalle forze armate alle organizzazioni per i diritti umani. L’imputazione, per tutti, è sempre la stessa: propaganda a favore dell’organizzazione Feto. Alcuni sono stati arrestati solo per aver scaricato un’applicazione di messaggistica, denominata ByLock, utilizzata dai golpisti nella notte tra il 15 e il 16 luglio dal gruppo di militari che ha tentato di deporre Erdogan.
Dal tentativo di colpo di stato ad oggi sono circa 51 mila le persone finite in carcere, tra cui 170 giornalisti, e in 160 mila hanno perso il lavoro in seguito all’accusa di legami con l’organizzazione di Gulen.
L’ultima retata disposta da un tribunale di Istanbul ha interessato 14 avvocati impegnati nella difesa di alcuni insegnanti che avevano lanciato sei mesi fa uno sciopero della fame per contestare il loro licenziamento.
Dei 14 legali finiti in cella, 12 sono accusati di “appartenenza a organizzazione terroristica” e due di “aver fondato o diretto una organizzazione terroristica”, ovvero il DHKP-C, un piccolissimo gruppo di estrema sinistra.
Da quando in Turchia è stato dichiarato lo stato d’emergenza, prorogato di sei mesi in sei mesi, il numero dei prigionieri continua a salire di giorno in giorno.
Molti di loro sono studenti, che rappresentano un terzo della popolazione carceraria complessiva del paese.
Secondo i dati del ministero della Giustizia sarebbero in 70mila, sia liceali che universitari.
I motivi dei fermi sono svariati, dalla protesta contro il governo, alla presunta affiliazione terroristica o la semplice condivisone sui social media di post e materiale critico nei confronti dell’esecutivo.
Non a caso l’ultima azione repressiva della libertà di espressione, intrapresa in queste ore dal regime turco, si è abbattuta su Twitter.
Sono infatti centinaia gli account chiusi e le indagini avviate nei confronti di utenti che avrebbero fatto propaganda del terrorismo.
Secondo gli amministratori di Twitter dalla Turchia sono state arrivate 2.710 richieste di chiusura di account e rimozione di tweet, il 55% delle quali sono state respinte. Di queste 715 sono state presentate per ordine della magistratura, mentre ben 1.995 sono giunte direttamente dal governo di Ankara in un lasso di tempo compreso tra l’1 gennaio e il 30 giugno. La maggior parte delle istanze sono state presentate per presunto “sostegno” a favore di organizzazione terroristica e diffamazione nei confronti delle alte cariche dello Stato.
In tanti per dei tweet sgraditi sono finiti in carcere. L’indice della carcerazione preventiva si è quintuplicato nell’ultimo anno.
In più di un istinto penitenziario ormai si rischia il sovraffollamento. Ed è per questo che ne sono stati realizzati di nuovi.
In Turchia ci sono attualmente 381 prigioni, 38 delle quali costruite nel 2016. La tendenza è in evidente crescita, con ben 11 nuove strutture carcerarie inaugurate tra giugno e agosto. Un linea con le purghe di massa che proseguono dall’estate 2016.

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