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Paolo Borsellino e quell’agenda rossa, scomparsa misteriosamente

 

Ripubblichiamo l’articolo scritto da Santo della Volpe per Articolo21 il 19 luglio 2002, a vent’anni di distanza dalla strage di via d’Amelio. 

di Santo della Volpe

Era domenica ed un caldo asfissiante attanagliava Palermo, quel 19 luglio 1992. Una città vuota si riempi improvvisamente di fumo e polvere, quello che saliva da Via D’Amelio, subito dopo quella esplosione, registrata dal laboratorio di geofisica e vulcanologia intorno alle 17. Era successo 57 giorni prima presso Capaci. Ma questa volta era diverso. Arrivai a Via D’Amelio un’ora e mezzo dopo la strage e quello che vidi era ancora impressionante. I lenzuoli bianchi che coprivano i resti delle vittime erano appena stati tolti, ma una moltitudine di persone camminava tra macchine bruciate, mattoni, e detriti, in un odore ancora acre di benzina e tritolo: pensai che doveva essere così l’odore del Napalm,ma guardandomi intorni pensai solo che c’era troppa gente che camminava,pesava,lasciava tracce e copriva altre tracce, la scena del delitto sembrava una piazza, la “scientifica” lavorava in silenzio: lo scoramento era palese, per le vittime,per Borsellino e la sua scorta, ma anche perché sarebbe stato difficile trovare delle tracce in quel palcoscenico, l’ennesimo, della tragedia siciliana ed italiana.

Il resto era prevedibile, la rabbia, le urla, i funerali, il vuoto,le conferenze stampa, le indagini ,i lenzuoli bianchi ai balconi di Palermo, la voglia di riscatto e le lacrime di chi pensava che era finito.
Eppure,eppure…c’era già allora qualcosa che non convinceva in quella strage: Borsellino aveva preannunciato l’arrivo dell’esplosivo per lui, i servizi avevano lanciato l’allarme,ma la lentezza era stata esasperante,dopo Capaci…Possibile che l’abbiano convocato per settembre,invece che subito dopo la morte di Falcone ? Possibile che non abbiano messo subito il divieto di sosta sotto casa della famiglia di Borsellino, nonostante gli avvertimenti ed i timori di attentati con il tritolo? Vedendo poi le immagini che i nostri operatori RAI girarono quel giorno a tutti noi apparve chiaro che qualcono avesse preso la borsa di Paolo Borsellino dentro la quale, si seppe poi, c’era quella agenda rossa, scomparsa misteriosamente. Ma noi cronisti tentammo di farci dire cosa c’era e dov’era quella borsa…
Inutile: borsa, quale borsa? Ci rispondevano gli inquirenti. Fu strano, tutto sembrò subito diverso da Capaci…

Ci sono voluti vent’anni per capire che quella “trattativa” in corso tra apparati dello Stato e cosa nostra, doveva mettere da parte o “saltare” Paolo Borsellino che di trattativa non voleva sentir parlare. Ed i fatti di oggi fanno ancora pensare quanto scottante fosse allora quella trattativa, quanto lo sia ancora in questo 2012. Molti protagonisti di allora non ci sono più, il capo della Polizia di quel periodo, Vincenzo Parisi, ha portato con sé nella tomba i segreti che, comunque, difficilmente avrebbe rivelato ancora oggi ai magistrati che con fatica si fanno strada nella giungla di ipotesi e di dichiarazioni. Eppure un fatto è certo: dopo le bombe di Firenze, Milano, Roma, dopo poco più di due anni da Via D’Amelio, le bombe non scoppiarono più, Riina era in carcere, Provenzano inabissava la mafia,gli affari e gli appalti sarebbero ripresi gradatamente, in un tacito accordo politco-economico con i nuovi potentati e le nuove forze politiche “scese in campo” dopo quegli anni di tangentopoli e di stragi.
Ecco perché far luce su Via D’Amelio significa parlare di quelle inchieste “pilotate” che portarono in galera mafiosi e delinquenti vari, ma tutti non responsabili di quella strage: vuol dire discutere dei nuovi risvolti delle coperture istituzionali di coloro che avevano intrapreso la strada della trattativa , che sembrarono chiudere quella stagione stragista con gli arresti di Bagarella, Riina e della cupola mafiosa,ma anche con la revoca di un pacchetto di 41 bis per i boss.

Ma significa anche parlare di Dell’Utri e della nascita di Forza Italia, quel partito che, per i magistrati, sarebbe stato presentato ai mafiosi come “soluzione politica” della vicenda post-stragi degli anni’90. Dell’Utri è stato processato per legami con la mafia, da solo ha sostenuto l’accusa sino alla Cassazione: ma alla vigilia della sentenza finale del 9 marzo 2012, si scoprono passaggi di denaro tra Dell’Utri e Berlusconi. In quello stesso arco di tempo, fu venduta a Berlusconi, per 20 milioni di euro, una villa di Dell’Utri sul lago di Como. I magistrati hanno dubbi sulla congruità del prezzo, considerato che una perizia del 2004 aveva stimato il valore dell’immobile in nove milioni e trecentomila euro. L’ipotesi che la Procura intende v erificare è che Dell’Utri abbia fatto pressioni su Berlusconi minacciandolo di riferire quanto sapeva sui rapporti con Cosa Nostra ( non solo suoi, evidentemente….). Per riferire appunto su questa circostanza , Berlusconi era stato convocato lunedì scorso dalla Procura palermitana , nella doppia veste di testimone e di persona offesa. Ma l’ex premier ha opposto il legittimo impedimento e non è andato a Palermo. Dell’Utri diventa così indagato per estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi, mentre scoppia una nuova polemica mentre, buttando tutto in politica, si allontana di nuovo la possibilità di fare luce, almeno su questo tassello della trattativa e su quanto accadde negli anni ’90 del secolo scorso .
Vent’anni dopo, si scrive quindi un altro pezzo di storia nelle aule di tribunale: perché far luce su quel periodo, significa anche capire cosa è successo in Italia nel ventennio berlusconiano, su temi, ad esempio, come la giustizia e la corruzione. Su quest’ultima i ritardi nella approvazione della nuova legge, sono ancora oggi simbolo delle resistenze di quel “mondo della trattativa” e della “convivenza con le mafie” che in Parlamento si traduce con emendamenti e tentativi di svuotare la nuova legge, sinora su un binario morto, almeno sino a fine estate.
Il lavoro della Procura di Palermo su quegli anni è dunque ancora oggi più che mai prezioso: e diventa, anche se indirettamente, stimolo al cambiamento attuale, chiesto a gran voce dalla società civile e da chi vuole dare prospettive all’Italia intera.
Naturalmente questo significa rafforzare le tesi della magistratura con un robusto impianto di prove e riscontri, oltre che accuse, in grado di reggere i processi, dalla eventuale richiesta di rinvio a giudizio sino alla Cassazione. Anche per evitare le cadute e gli errori (vedi processi ‘Scarantino’ per Via D’Amelio) o quelle assoluzioni per insufficienza di prove, tornate alla ribalta in questi giorni con la vicenda dell’ex ministro Saverio Romano. Sono bastate meno di due ore al gup di Palermo per decidere che Saverio Romano, potente politico siciliano ed ex ministro dell’Agricoltura del Governo Berlusconi non doveva essere processato per concorso in associazione mafiosa. Una camera di consiglio breve che ha chiuso, almeno per ora, una vicenda giudiziaria lunga nove anni e fatta di due richieste di archiviazione della Procura, obbligata poi, la scorsa estate, da un altro giudice, a formulare l’imputazione. Una vicenda durata troppo a lungo per essere “normale” in un paese civile, un accertamento di responsabilità che non può, non deve durare anni, sia l’imputato “eccellente” o un normale cittadino. E comunque che si faccia luce, sempre ,su tutte le vicende di mafia, senza aspettare vent’anni.

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