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Dall’uccisione di bambini e donne ai tradimenti: il falso ‘onore’ delle mafie e le storie di alcuni boss

 

Codici d’onore, uomini d’onore, “la mafia non tocca donne e bambini“, “i mafiosi hanno regole ferree”, “i mafiosi non tradiscono“, “Non si guardano mogli di amici nostri”, “Si deve portare rispetto alla moglie”. E poi ancora: “Non può entrare in Cosa nostra chi ha un parente stretto nelle varie forze dell’ordine”, “chi ha tradimenti sentimentali in famiglia”, e “chi ha un comportamento pessimo e che non tiene ai valori morali”.

Sono tutti falsi miti, falsi luoghi comuni. Molte di queste “regole” sono state ritrovate, ad esempio, nel decalogo del “perfetto mafioso” che nel 2007 gli inquirenti avevano sequestrato tra i documenti del boss Salvatore Lo Piccolo.

Nulla di più falso anzi, nulla di più drammaticamente falsoSpesso, ancora oggi, si sente parlare di “regole degli uomini d’onore”Questi “uomini” non hanno né regole, né onore. Eppure le vittime innocenti delle mafie (LEGGI TUTTI I NOMI) sono più di 900.

I BAMBINI UCCISI DALLE MAFIE

Basti pensare alle 108 bare bianche disseminate dalle mafie da Nord a Sud. Bambini, alcuni anche neonati, uccisi a freddo con un colpo di pistola, colpiti da esplosioni e proiettili con la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma anche sequestrati, dati in pasto ai maiali, sciolti nell’acido e bruciati.

La vittima più piccola si chiama Caterina Nencioni, di soli 53 giorni, uccisa con la sorella Nadia, di otto anni, nell’esplosione di via dei Georgofili a Firenze del 1993. Valentina Guarino, invece, aveva solo sei mesi quando è stata colpita da una raffica di proiettili, a Taranto, nel 1991, in braccio alla sua mamma. Giuseppe Bruno di mesi ne aveva 18 mesi l’11 settembre del 1974. A Seminara, nella piana di Gioia Tauro, si è consumando la guerra sanguinosa tra i Gioffré e i Pellegrino. Dopo cena, il papà Alfonso porta Giuseppe a letto a cavalcioni sulle spalle, passando per una scala esterna. Dietro a una siepe lo aspetta un killer che gli spara un solo colpo di lupara. Il padre viene colpito solo di striscio, per Giuseppe non c’è niente da fare. Un mese e mezzo dopo i killer portano a termine il compito, a Bagnara, scaricando addosso al papà di Giuseppe un intero caricatore di pistola.

Invece di guardare fiction fantasiose che sembrano accreditare questi falsi miti dell’onore, sarebbe da leggere il libro “Al posto sbagliato” di Bruno Palermo (Rubbettino) che raccoglie le loro storie in ordine cronologico.

La prima è Emanuela Sansone, uccisa nel 1896 a 17 anni a Palermo mentre si trova nel negozio di famiglia.

Nel tragico elenco (LEGGI ARTICOLO) si trovano anche Giuseppe Letizia, 13 anni, probabilmente avvelenato in ospedale dopo aver assistito all’omicidio di Placido Rizzotto, ed Emanuele Riboli, di 17 anni, figlio di un imprenditore del varesotto, sequestrato nel 1974, avvelenato e dato in pasto ai maiali. E poi ancora Pinuccia Utano, 3 anni, raggiunta da un proiettile mentre dorme sul sedile posteriore dell’auto del suo papà. Freddata nella notte, proprio come Annalisa Angotti, 4 anni, uccisa dall’esplosione di un’auto parcheggiata davanti alla sua casa delle vacanze di Siculiana, Agrigento. Oltre al tristemente famoso caso di Giuseppe Di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido.

LE DONNE UCCISE DALLE MAFIE

E poi le donne, ben 157 (LEGGI ELENCO INTERO). Anche qui altro che dicerie popolari secondo cui “la mafia rispetta le donne e i bambini”. No. La realtà è molto diversa.

Lo dimostra il dossier realizzato dall’associazione “daSud” che censisce ben 157 storie di donne ammazzate da cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra e sacra corona unita. L’elenco si apre, come visto prima, con una ragazzina palermitana: Emanuela Sansone, 17 anni (LEGGI L’ARTICOLO). Fu uccisa il 27 dicembre 1896, perché si sospettava che la madre avesse denunciato i picciotti che falsificavano bancanote.

Graziella Campagna, stessa età, venne uccisa nel 1985: lavorava in una lavanderia e in una camicia da pulire aveva scoperto l’agendina di un latitante. Altre donne sono state uccise assieme ai loro compagni, per rendere ancora più plateale la ferocia delle esecuzioni: come Emanuela Setti Carraro, morta al fianco del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982. O Francesca Morvillo, morta insieme a Giovanni Falcone il 23 maggio del 1992.

E poi ancora Rita Atria, cresciuta in una famiglia di boss, a 17 anni testimonia davanti a Paolo Borsellino e viene ripudiata dalla madre. Si ucciderà pochi giorni dopo la strage di via D’Amelio, prima di diventare maggiorenne. L’ultima storia che ha commosso l’Italia è quella di Lea Garofalo. Vedova, sorella e compagna di trafficanti, nel 2002 decide di testimoniare contro di loro. Vive sotto protezione ma nel 2009 la rapiscono e la uccidono a 34 anni. Nel processo sono determinanti le testimonianze della figlia, che accusa suo padre e lo fa condannare per omicidio. Il segno che il coraggio delle donne di tutte le età non si fa piegare.

Ma anche fra mafiosi si uccidono le mogli: è il caso di Carmela Minniti, moglie dello storico capomafia Nitto Santapaola. La Minniti venne uccisa il primo settembre del 1995.

 

QUATTRO BOSS, QUATTRO ESEMPI DI REGOLE INESISTENTI

A giudicare dalle “loro” (inesistenti) regole, offriamo al lettore le storie di quattro boss siciliani per comprendere meglio.

IL BOSS CHE PICCHIA LE DONNE

La storia dei Ventura, ad esempio, che spadroneggiano a Vittoria. Abbiamo raccontato tempo fa (LEGGI ARTICOLO) la vicenda che il collaboratore di Giustizia Rosario Avila ha testimoniato nelle aule di Tribunale di Ragusa. Per fermare la sua relazione con la Maria Concetta Ventura, figlia del reggente del clan, Giambattista (detto Titta)non esiteranno a picchiarla.

Le parole del collaboratore di Giustizia: “Poi hanno acchiappato Maria Concetta, e l’hanno riempita di botte, le hanno fatto cadere due denti, a una donna. Ma perchè non si vergognano? Questi sono i Ventura”.

Avila racconta che, in una spedizione punitiva contro di lui “scappò dalla finestra” mentre la figlia di Giambattista Ventura “Quando sono sfuggito poi hanno acchiappato Maria Concetta, e 1’hanno riempita di botte, le hanno fatto cadere due denti, a una donna”.

La figlia di Gimabattista, picchiata da padre e cugini, finì all’ospedale ma non denunciò mai“Maria Concetta disse all’ospedale che era caduta” – racconta il collaboratore – perché “è stata minacciata. Hanno detto che se diceva qualcosa la ammazzavano”.

IL BOSS CHE FA UN FIGLIO CON LA MOGLIE DELL’AFFILIATO

Antonino (detto Pinuccio Pinnintula) Trigilaè il capo indiscusso dell’omonimo clan della parte meridionale della provincia di Siracusa (Noto, Avola, Rosolini, Pachino e Portopalo). U “zu Pinuccio” è in galera da anni, più volte al 41bis, non rivedrà più la libertà per gli ergastoli a cui è condannatoQuando Pinuccio Trigila si trovava in libertà, fra un omicidio ed un atto criminale, tradiva tranquillamente e regolarmente la moglie (Nunziatina Bianca, che oggi con la figlia Angela è la messaggera del marito) con diverse donne.

Il più clamoroso dei tradimenti Pinuccio Trigila lo consumò con la moglie del suo autista, Franco De Grande (inteso “piritu i mulu”): il marito era stato da poco arrestato e Pinuccio pensò bene (a proposito delle “regole del buon mafioso”) di consolarne la moglie mettendola incinta.

IL BOSS CHE TRADISCE LA MOGLIE CON LA SORELLA

Un altro storico boss del clan Trigila è Angelo Monaco. Angelo Monaco, per anni consuocero del capomafia Pinuccio Trigila, è stato anche il reggente del clan. Monaco era sposato con Maria Di Mari, dalla quale ebbe due figli (Piero e Giovanna). Elisabetta, sorella di Maria (cognata di Angelo Monaco, per chi abbia difficoltà con le parentele!), rimase vedova a causa di un incidente stradale che coinvolse il marito.

Il “buon” Angelo Monaco propose alla moglie di ospitare la sorella a casa loro per “consolarla” dall’infausto destino. Fu così che, poco dopo, lo stesso Monaco tradì la moglie con la sorella, fino a scappare con lei e fare un’altra figlia (Valeria, moglie di un altro affiliato del clan, Paolo Mirmina Spatalucente).

IL BOSS DALLE TRE MOGLI (E TRE FIGLI)

Altro caso di “infami d’onore” che citiamo è quello di Piero Monaco, figlio del boss Angelo. Dal padre ha preso le condanne per mafia ed anche il trasgredire alle “regole d’oro”Piero Monaco era sposato con Angela Trigila, figlia del capomafia PinuccioMonaco, fra un delitto e l’altro, consumati anche grazie alla fama di genero del capomafia, tradì la propria moglie. E fin qui, se quelle famose regole iniziali valessero, ne avrebbe trasgredito una (“non tradire la propria moglie”). Lo stesso Monaco, però, volendo andare fino in fondo nella “trasgressione”, tradì anche la seconda compagna (con la quale, intanto, fece una figlia). 

Così si arriva alla terza compagna di Piero Monaco. Monaco, infatti, infrangendo qualsiasi altra regola del “buon mafioso”, mette incinta la convivente di un affiliato al clan Bottaro (altro clan del siracusano), che in quel momento si trovava in galera (Angelo Iacono, oggi defunto), dall’unione nascerà un’altra figlia.

IL BOSS CHE FA UNA FIGLIA CON LA “CAMERIERA” DELLA MOGLIE

Waldker (detto Rino) Albergo è stato un altro dei reggenti del clan Trigila di Noto, già condannato e più volte tratto in arresto. Rino Albergo, per rispettare la tradizione dei boss “senza onore”, tradì la moglie con la ragazza che faceva i “servizi” sia a casa che nell’attività commerciale familiare. Non fu un semplice tradimento (altrimenti non lo avremmo citato), ma ci aiuta a far comprendere il concetto di “onore” di questi “gentil signori”: infatti dall’unione dei due (mai consacrata dal matrimonio) nacque anche una figlia.

Stessa strada di Rino Albergo è quella percorsa da un altro esponente del clan Trigila, Giuseppe Crispino (detto Peppe u barbieri). Anche Crispino, infatti, ha una figlia fuori dall’unione matrimoniale. Dalle uccisioni dei bambini, a quelle delle donne, fino ai pestaggi ed ai tradimenti. Le loro “regole” sono solo specchietti per le allodole. Nessun onore, nessun rispetto. Il tutto in un filo comune che lega regole per loro inesistenti con uomini che le infrangono, trasformandoli in mostri che si servono di princìpi universali al solo scopo di farsi grandi.

Per non dimenticare mai che la violenza delle mafie non è nè uno scherzo nè un gioco.

Per far sì che, come Libera ricorda ogni anno, si abbia verità e Giustizia per chi non c’è più. E, infine, per trovare il coraggio di denunciare: questi malacarne sono solo “mezzi uomini”, per dirla con Sciascia. Conoscere per riconoscere e scegliere da che parte stare, ma basta indifferenza!

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