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“Una giornata particolare”: 40 anni fa un grido contro tutti i fascismi

 

Compie quarant’anni uno dei massimi capolavori del cinema. “Una giornata particolare” di Ettore Scola, presentato nel maggio del ’77 a Cannes e uscito in Italia in settembre, è infatti, senza ombra di dubbio, uno dei film più intensi e significativi che siano mai stati prodotti, con una superlativa interpretazione del duo Loren-Mastroianni, fino a quel momento simboli di vigore, ironia, bellezza e ardore giovanile e da quel momento in poi icone del cinema italiano maturo.
Perché quella meraviglia, c’è poco da fare, ti cambia. Ti cambia se l’hai diretto, ti cambia se l’hai recitato ma ti cambia anche se ne sei stato un semplice spettatore, in quanto quella storia non può passare inosservata, non può costituire un semplice svago, non può non rimanerti impressa in tutta la sua dolente meraviglia.

“Una giornata particolare” racconta l’incontro casuale di un ex radiocronista dell’EIAR, Gabriele, licenziato per via del suo orientamento sessuale, e di una popolana, Antonietta, le cui vite si incrociano a causa di un merlo indiano che fugge dall’appartamento di lei per rifugiarsi in quello di lui proprio mentre è in corso la visita di Hitler a Roma.
È il 6 maggio del ’38 e l’omosessuale Gabriele, “né padre né soldato né marito”, personaggio che vive ai margini della società e che per questo sta pensando al suicidio, poche ore prima di essere spedito al confino dopo aver già patito una miriade di umiliazioni, Gabriele, dicevamo, incontra questa donna semi-analfabeta, costretta a vivere a contatto con un marito autoritario e fascistissimo, il quale è andato alla parata portando con sé tutti i figli e non preoccupandosi minimamente del fatto che sua moglie sarebbe stata l’unica in tutto il palazzo a non poter venire.

Un marito, peraltro, per cui la moglie altro non è che una generatrice di figli da donare alla Patria, in base alla retorica del tempo, al punto che Antonietta disperata confiderà poi a Gabriele il suo dolore per via delle scappatelle e dei tradimenti dell’uomo, aggiungendo che è più conosciuto in un casino della Capitale che nel suo ufficio e provando per questo un disprezzo misto ad un senso di profonda vergogna.
La violenza del fascismo e del nazismo, dunque, ma anche i pregiudizi e le discriminazioni nei confronti degli omosessuali, la sottomissione delle donne, le rappresaglie e il discredito generale nei confronti degli oppositori politici e sullo sfondo un palazzo enorme, vuoto e colmo di interrogativi, in una Roma livida d’odio, di furore e di un insulso e pericoloso piglio guerresco: questa è la denuncia del film di Scola nonché la ragione per cui ti rimane dentro, al punto che è impossibile dimenticarselo.
Un grido silenzioso e dalle luci soffuse, intenso come quello di Gabriele per le scale, straziante come le lacrime di Antonietta, profondo come le parole non dette sullo sfondo di una tragedia incombente, con gli inni del Ventennio a rendere ancora più cupa un’atmosfera di interni, teatrale e cinematografica al tempo stesso, in cui nessuno rimane lo stesso, come sempre al cospetto dei diluvi della storia che penetrano nelle nostre esistenze e le sconvolgono: questo è il senso di un film che ha contribuito a modificare radicalmente l’immaginario collettivo in merito all’omosessualità e al fascismo, squarciando un velo di ipocrisia su tanti non detti, su tanti luoghi comuni, su troppe forme di acquiescenza e di sciocco giustificazionismo.
E Antonietta che nel finale, mentre il marito le ordina di venire al letto per mettere al mondo il settimo figlio, inizia a leggere “I tre moschettieri” di Dumas che le ha regalato Gabriele, questa donna che prende coscienza di sé e delle potenzialità della cultura costituisce il grido più forte contro la peggior forma di fascismo tuttora esistente: l’ignoranza, vera causa dell’ascesa di qualunque regime o, per meglio dire, sua componente indispensabile.

Un atto di ribellione, quindi, un pugno nella stomaco dai toni gentili ma fermi, una prova d’autore di due attori straordinari e una simbiosi fra il cast e gli spettatori che proietta ciascuno di noi in quel maledetto giorno di maggio che avrebbe cambiato per sempre i destini del nostro Paese.
La gravità della situazione, il senso di sconfitta di Gabriele contrapposto all’eccitazione complice e inconsapevole, ignorante per l’appunto, del resto del palazzo, la crudeltà gratuita della portiera, ritratto fedele della vera essenza del fascismo, e il desiderio di riscossa di una povera crista, condannata ad una vita di infelicità e di sostanziale vassallaggio, compongono un affresco storico e sociale senza tempo, universale nella sua denuncia e più che mai attuale, visto che il fascismo è ancora fra noi, in forme meno esplicite ma non per questo meno dannose e pervasive.

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