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Il terremoto è una calamità imprevedibile, la neve no, bisogna dirlo

 

Trentadue anni fa, esattamente in questi giorni, si scatenò un maltempo feroce che colpì l’Abruzzo, il Lazio, l’Umbria e le Marche. Come adesso. La neve arrivò in grande anche a Roma e travolse come sempre la città e il suo sindaco, il buon comunista Ugo Vetere, che si dimise un attimo dopo la fine dell’emergenza.

In quei giorni del 1985, al Tg1 avevano diviso l’Italia in due parti perché il maltempo c’era dappertutto e puntualmente a metà giornale delle 20, o in apertura delle 13,30, partiva la raffica delle diverse regioni colpite dal gelo e dalla neve, raccontate per il centro nord dal collega Beltotto e per il centro sud da me. Studiavamo i testi l’uno dell’altra per evitare ripetizioni e per censurarci a vicenda frasi del tipo “il generale inverno” o “è partita la macchina dei soccorsi” o “hanno perso tutto”….
Eppure sul posto andavamo anche noi, imbacuccati come i colleghi di oggi, ma molto più impicciati per collegamenti diretti e servizi con improbabili parabolette, senza telefonini, senza mail, senza skype, senza whattsapp, senza tavolette, ecc. ecc. Ma racconto questo flashback essenzialmente per parlare delle emergenze gestibili e di quelle impossibili.

Andai con il ministro Zamberletti e l’operatore Claudio Speranza a fare una ricognizione in elicottero sulle zone colpite dell’Abruzzo, che si presentava dall’alto come una enorme distesa bianca. A terra la gente era disperata, affamata, infreddolita e spesso priva di qualsiasi aiuto. Zamberletti realizzò molte cose velocemente, arrivarono coperte, materassi, viveri. Mi ricordo perfettamente che disse: i disastri prevedibili vanno previsti e noi dobbiamo attrezzarci secondo le previsioni, gli spazzaneve già pronti, il sale, le turbine fatte venire dal nord, i gruppi elettrogeni, i viveri, i vigili del fuoco, gli spalatori, i cani.
Mi è rimasto impresso. Ero certa che in futuro sarebbe andata così. E mi è tornato in mente negli ultimi dieci giorni, guardando da spettatrice il disastro che montava di ora in ora e aveva le caratteristiche semplici degli inverni pesanti che a scadenze regolari di qualche decennio si abbattono su regioni fredde e montane come quelle che costituiscono il vero massiccio dell’Italia centrale, in quel coacervo di boschi e montagne fra Lazio, Umbria, Abruzzo e Marche.

Ogni meteo diceva con chiarezza a cosa si stava andando incontro, provenienza dei venti, precipitazioni previste, temperature, mari. Dunque si poteva. Si poteva schierare in anticipo una forza in grado di rompere l’assedio della neve, di aprire strade, di impedire azzardi a tutti, e di portare in fretta altre casette e ripari per le stalle alle zone del terremoto di agosto e ottobre, dove si sapeva da tempo che il bestiame era destinato a morire d’inverno senza protezione.

Ci siamo cascati ancora una volta. Perfino l’Enel si è fatta trovare impreparata e ora migliaia di abitazioni sono senza luce.
Questo è difficile da giustificare ed è difficile accettare l’invito dei politici prudenti che dicono che le polemiche in queste ore fanno male. In effetti non vogliamo entrare in alcuna polemica, ma l’ennesima emergenza di oggi non è solo quella del destino cinico e baro che ha mandato altre quattro violentissime scosse di terremoto su un territorio martoriato che ha dovuto vedere cadere anche l’ultimo pezzo di campanile a Amatrice: di questo evento nessuno ha colpa, esclusi appunto il destino e gli dei. Ma questi eventi avrebbero oggi un impatto comunque diverso se l’emergenza neve e freddo fosse stata, quella sì, affrontata in tempo seguendo le indicazioni delle previsioni e predisponendo i mezzi sulle strade e i supporti per i terremotati prima e per tutti gli altri paesi che si sapeva sarebbero rimasti sommersi dalle nevicate.

L’impegno dello Stato è forte e abbiamo tutti l’impressione che sia convinto e sincero, resta il fatto che di fronte alla neve si è dimostrato inadeguato. E ora si trova a combattere contro la tremenda accoppiata neve, ghiaccio e terremoto e in qualche modo bisognerà far uscire una parte così importante e così bella d’Italia da questa morsa infernale, bisognerà ridare alla gente di quei paesi la volontà, la fiducia, da cui riprenderanno forza e tenacia, doti che in quelle terre abbondano. Non vorremmo trovarci fra un anno a dover ringraziare soltanto due importanti imprenditori italiani, Diego Della Valle e Brunello Cucinelli, che stanno già portando soldi e attrezzature per dare lavoro e far ripartire Arquata del Tronto e Norcia. E già gli diciamo grazie davvero. Ma noi vogliamo lo Stato, perché è nelle avversità che si misura la forza di un paese anche di fronte al mondo, perché lo Stato chiede giustamente aiuto all’Europa ma deve dimostrare di essere ben meritevole di enormi aiuti perché sa fare bene il suo lavoro. Tre giorni di paesi isolati e strade chiuse per far partire l’esercito sono stati proprio troppi, adesso c’è anche il terremoto e ogni minuto perso è un peccato molto ma molto grave.

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