Sei qui:  / Africa del Nord e Medioriente / Articoli / Esteri / Com’è cambiata e come cambia la Turchia nel conflitto siriano

Com’è cambiata e come cambia la Turchia nel conflitto siriano

 

Mentre continuano gli arresti a tappeto che coinvolgono giornalisti, intellettuali, scrittori (e addirittura baristi) ed iniziano i primi processi in seguito al tentato golpe del 15 luglio, la posizione della Turchia in merito al conflitto siriano resta ambigua. Le relazioni fra Siria e Turchia sono sempre state controverse. Come scrive la professoressa Özlem Tür dell’Università di Ankara in un saggio del 2010, la Turchia e la Siria erano avversarie durante la Guerra fredda, e si sono sempre scontrate per due ragioni fondamentali, legate a questioni territoriali: la disputa per il possesso del distretto di Hatay/Iskenderun che Bashar al-Assad ha ceduto alla Turchia nel Gennaio 2004 firmando gli accordi di Adana, ed il controllo delle acque di Tigri ed Eufrate. Tuttavia, hanno anche condiviso due punti cruciali: entrambi i Paesi sono contro la formazione di uno stato curdo indipendente ed entrambi i Paesi sono contrari all’intervento degli Stati Uniti in Medioriente, specie dopo la guerra in Iraq del 2003, quando insieme all’Iran formarono il cosiddetto “blocco trilaterale” anche contro la minaccia dell’irredentismo curdo.

Bashar al-Asad è salito al potere nel 2002, mentre Recep Tayyip Erdoğan è stato Primo Ministro  dal 2003 al 2014 per poi diventare Presidente della Repubblica. Il 2004 fu un anno particolarmente pacifico per le relazioni turco-siriane, di cooperazione risultata soprattutto in scambi commerciali e progetti infrastrutturali, specialmente nella città di Aleppo. Insomma, la Turchia cominciò a comportarsi come un “fratello maggiore”, occupandosi perfino della politica estera siriana mediando con Israele ed Iraq, fino a quando nel 2009 questa amicizia si concretizzò in una liberalizzazione dei visti. I turchi – tanto quanto i curdi – e i siriani erano liberi di attraversare il confine fra i due Paesi, che ora coincide pressoché con il cantone indipendente del Rojava, ovvero una delle zone più calde del conflitto in cui i curdi, riconosciuti come la più grande comunità apolide al mondo, ripongono tutte le speranze di ottenere finalmente un loro territorio.
Impressionante se si pensa a quanto rapido sia poi stato il cambiamento dal 2011 in poi. In pochissimi mesi i rapporti fra Siria e Turchia si sono deteriorati irrimediabilmente con l’inizio della guerra civile prima e con l’assedio di Kobane poi.

Secondo alcuni esperti, fra cui il professore Raymond Hinnebusch dell’università inglese di St. Andrews, Erdoğan inizialmente voleva proteggere i rapporti con Assad sperando in un passo indietro, per poi supportare la sua rapida caduta (tuttora non avvenuta) per cercare di assicurarsi, quindi, un posto al tavolo diplomatico e una voce in capitolo nella spartizione della Siria post-regime, come sembra sempre più chiaro ora che si fanno sorprendentemente più proficue le relazioni con la Russia, causa la ritrovata “simpatia” fra Erdoğan e Putin, incrinata dall’abbattimento dell’aereo da guerra russo da parte dell’aviazione turca al confine turco-siriano nel Novembre 2015, e nonostante il recente episodio dell’uccisione dell’ambasciatore russo Andrei Karlov ad opera del poliziotto turco Mevlut Mert Altinas, durante una mostra d’arte, ad Ankara, lo scorso 19 dicembre.

Sono stati nuovi giorni di forte instabilità per la Turchia che il 10 dicembre ha pianto i 38 morti dell’attentato nei pressi dello stadio del Beşiktaş, in pieno centro, subito dopo una partita, ed altri 13 soldati solo 7 giorni dopo a Kayseri, nell’Anatolia centrale. I numeri parlano chiaro: si registrano più di 10 attentati gravi fra il 2015 e il 2016, considerando solo quelli che avvengono nei grandi centri abitati e coinvolgono i civili oltre che le forze di polizia e/o militari. Il più grave nella storia del Paese resta quello del 10 Ottobre 2015 nel piazzale della stazione centrale di Ankara durante una manifestazione per la pace organizzata dall’HDP, Partito Democratico dei popoli, filo-curdo. 103 morti e 243 feriti, lì dove tutto è cambiato con la conseguente rottura del cessate il fuoco bilaterale imposto nel 2013 fra il governo ed il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan, considerata un’organizzazione terroristica), sebbene l’attacco fu rivendicato dalle forze dell’ISIS. L’attentato di Ankara ha sottratto il primato a quello di Reyhanli dell’11 Maggio 2013, cittadina a 5 chilometri dalla Siria collocata proprio nella contesa area di Hatay. Con 52 morti e 140 feriti, Erdoğan accusò il governo siriano piuttosto che i fondamentalisti islamici. L’attacco non è mai stato rivendicato, così che tuttora i responsabili non sono chiari, come spesso accade ancora oggi: ogni volta, governo ed opinione pubblica sono incerti nell’attribuzione della colpa, perché sia l’ISIS che il PKK hanno più di un motivo per attaccare la Turchia, ed è innegabile che le politiche di Erdoğan in Siria abbiano giocato un ruolo importante nella crescita di entrambe le minacce.

La Turchia sta gradualmente perdendo di credibilità e soprattutto sta sacrificando la sua sicurezza interna. Il suo coinvolgimento negli aiuti ai gruppi jihadisti in Siria e con l’approvvigionamento di armi e nello sfruttamento dei confini è ufficiale e risaputo, mentre per tutta risposta la stessa accusa viene ora rivolta agli Stati Uniti.

Da che parte sta adesso la Turchia? Con Assad o con i ribelli anti-Assad, ma pur sempre contro le forze curde, altrettanto anti-Assad? È un “groviglio”, come titola il nuovo fumetto di Zerocalcare pubblicato con Repubblica la vigilia di Natale, quasi impossibile da districare, certamente ancora imprevedibile nei risultati. È ciò che avviene in Siria a stabilire molti degli equilibri mondiali, probabilmente da prima che potessimo accorgercene.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE