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“La truffa come una delle belle arti” – di Gianluca Barbera

 

Per chi si diletta in truffe e  raggiri, impostori, furfanti e pelagatti di genio sulla scia di miti dal fascino intramontabile che hanno nome Stavinsky, Arsenio Lupin e altri campioni mondiali dell’imbroglio, ecco del buon pane croccante in cui affondare i denti con golosità. Già nel titolo il libro svela una dichiarazione d’amore dell’autore, La truffa come una delle belle arti, scritto con palpabile partecipazione e non celabile complicità da Gianluca Barbera, narratore all’antica maniera, giornalista, critico, poligrafo e anche editore estroso con una propria etichetta. Ma solo di opere altrui; per le creazioni che escono dalla sua penna si affida ad altri e questo suo ultimo nato vede la luce per i tipi di Aliberti compagnia editoriale; 217 pagine che si rincorrono come una cascatella saltellante, scintillando al sole, incupendosi nelle gore, lambendo le sponde, e trascinandoci in una amena lettura che non domanda soste.

La narrazione parte da lontano, da metà Ottocento, quando Petreus detto Pepé Lopiccolo, artista di circo e proprietario di un magnifico tendone, espone nel messinese una sirena che, sostiene, è stata pescata a largo delle Galàpagos. La folla si accalca, a migliaia accorrono per vedere la meraviglia, attratti dalle parole dell’imbonitore e pagando volentieri un carlino per l’entrata. Lo spettacolo non è dei più invoglianti, anche perché il fetore è insopportabile, ma il fenomeno naturale possiede il magnetismo dei racconti indelebili: la femmina a forma di pesce protagonista di millenarie fantasie. La visione ravvicinata desta morbosa curiosità e insieme raccapriccio: “La creatura aveva la bocca spalancata, la coda piegata verso l’alto e le braccia protese, come raggelate in uno slancio disperato. Pareva morta tra indicibili tormenti”. L’evento si annuncia impressionante, corredato da illustrazioni e da spiegazioni pseudo scientifiche; e a renderlo ancora più suggestivo è l’ambientazione scenografica, un gigantesco acquario che riproduce i fondali oceanici.

I giornali pubblicano articoli estasiati, i circoli scientifici si interrogano animatamente, la ragione vacilla di fronte al quesito fondamentale: si tratta di animale o di essere umano? I commenti si accavallano, e non mancano i sospetti. Un celebre e agguerrito naturalista, tale Abel Muccini, accusa gli organizzatori di truffa durante un pubblico dibattito tenuto nel teatro Regio di Palermo alla presenza del luogotenente Filangeri, e tuona minaccioso: “Ho scritto al re, avete i giorni contati”.  Lo studioso ha visto giusto poiché la sirena altro non era che il risultato di un banale innesto tra la testa e il dorso di uno scimpanzé e la coda di un tonno essiccato. Confesserà qualche anno dopo l’autore della baracconata: “Era una creatura brutta e rinsecchita, di colore melmoso, lunga un metro e mezzo ed emanava un odore nauseabondo”.

Tuttavia la fama, che come è noto possiede ali capaci, vola fino al Re delle Due Sicilie, Ferdinando II, che pur di vedere di persona il mostro marino si accinge a partire per un viaggio avventuroso. Da Napoli si spinge verso le Calabrie, seguito dalla guardia d’onore e da una poderosa scorta di militari, cortigiani, ministri, notabili, studiosi e familiari. Un trasferimento in carrozza tra disagi di ogni tipo,  che però serve a Sua Maestà come ricognizione in territori e province non visitate da troppo tempo, e anche per incontrare sul posto amministratori, baroni e religiosi, i quali a ogni tappa festeggiano l’arrivo del sovrano, ospitandolo nelle case o nei conventi, e tributandogli ogni specie di omaggio. Ferdinando, grosso e pesante, parla solo napoletano, non ha cultura ma molto buon senso, è curioso, si interessa di ogni novità, e porta con sé il figlio quindicenne Francesco, principe ereditario, delfino nella successione. Quando finalmente arriva in Sicilia, ad Acireale, non perde neppure in istante per riposare le ossa indolenzite dal viaggio e si fa scortare direttamente al padiglione: “Iiiihhh quant’è brutta! Maronna Mia!” Esclama turandosi il naso con un fazzoletto di batista impregnato di spigo. Pazientemente ascolta tutte le storie che gli raccontano, vuole sapere “chista creatura comm’ l’avite accattata?”, finge di bersi le gran fandonie dei ciarlatani, e presta orecchio persino al un sedicente biologo di mare, specializzato in sirenologia, che gli propone al riguardo il suo studio accademico. “Fatemelo avè, ‘o leggerò vulintieri, anche se di mio nun leggo”. E avvicinandosi alla sirena: “Cetto farebbe ‘nu figurone a palazzo”. E offre per il mostro un migliaio di ducati. Ma con un avvertimento, prima spedirà una commissione di uomini di scienza per gli accertamenti: “Si tutto è a posto, vorrà dì che ve sarete riempiti ‘a saccoccia. E sennò…” Quella frase lasciata in sospeso come una ghigliottina sortisce l’effetto voluto. Partito il re, in men che non si dica la sirena viene bruciata insieme a tutto il circo, e Pepè Lopiccolo prende la fuga facendo perdere ogni traccia di se stesso per salvare almeno la testa.

E’ Carl Lopiccolo, pronipote del simpatico mascalzone, degno erede di sangue e di imprese del suo bisavolo diventato leggendario nel pantheon dei maggiori imbroglioni di tutti i tempi, a raccontare l’intera storia della sua famiglia, di padre in figlio, da nonno a nipote. Giace a letto nell’estrema stagione della sua vita, circondato da quaderni di appunti, e riferisce ogni singolo episodio, con dovizia di particolari, a tale Riccardo Maria Ricci, “un giovane spilungone dall’aria supponente e i capelli paglierini, che un importante editore italiano aveva spedito in America per scrivere una biografia del personaggio”. Veniamo così a conoscenza, tramite l’intervista ascoltata al vivo, del successivo peregrinare di Pepè, in Spagna, poi in Francia, e in Inghilterra, cambiando sempre nome, personaggio, travestimento, e mettendo a segno truffe epocali. Talmente geniali nel concepimento e nell’esecuzione, da assurgere a dignità di vere e proprie creazioni artistiche. Lopiccolo conduce invariabilmente un’esistenza lussuosa tra donne fatali, avventure galanti, sposalizi con gentildonne, procreazione di figli, e conseguenti fughe strategiche e rocambolesche. E la sua impronta, quasi un marchio araldico, si trasferirà riconoscibilmente ai suoi diretti discendenti che, sulla sua scorta, ricolmeranno di imbrogli geniali i decenni successivi fino ai tempi nostri. I metodi, le trovate, gli inganni di ogni tipo per far soldi ai danni dei propri simili, compongono un repertorio divertente e molto istruttivo, introducendoci in quel terrain vague, quell’istmo ristretto ma assai frequentato, che esiste da sempre tra le pretese di onestà e il gran mare del malaffare. Fra le truffe più estrose c’è anche un’emozionante  sottoscrizione pubblica per il recupero del favoloso, inestimabile tesoro di Drake, pirata e gentiluomo. E arriviamo al presente, alle immense speculazioni finanziarie che per poco non mandavano a rotoli l’economia degli Stati Uniti, lasciandoci in Europa stiamo ancora a leccarci le ferite. Carl Peter Lopiccolo, il narratore, nato e cresciuto in America,  è stato l’abile inventore di una di quelle ingegnose e mastodontiche bolle finanziarie che ha travolto migliaia di risparmiatori. Ha venduto sul nulla lucrosi fondi di investimento, ha creato una banca personale, ha maneggiato derivati tossici ad altissimo rischio mettendo insieme una fortuna smodata che alla fine lo condurrà in manette. Ma sarà proprio così? Non è lecito anticipare troppo; ci basti sapere che la coazione a ripetere della sua famiglia nel campo della menzogna e dell’ inganno in grande stile gli appartiene interamente, fin dentro i cromosomi; e lo slancio con cui rievoca le malefatte dei Lopiccolo mai si discosta dal tono epico dell’eroe romantico. La molla che lo spinge è la sfida titanica, prometeica, a un mondo di cui non riconosce le regole se non per il gusto irresistibile di infrangerle a proprio tornaconto. Avvalendosi di riflessioni parafilosofiche, e non tralasciando citazioni dotte che lo accompagnano nell’arduo procedere sul filo del rasoio. Impossibile non restare ammirati dalle molteplici truffe, pubbliche e private, escogitate a scapito di poveri e di ricchi, di onesti e disonesti, di creduloni e di furbi. Un duello all’ultimo affondo di uno spadaccino di razza che ci ammalia con lo scintillio della sua lama.

“Che lezione  possiamo ricavarne? – Si domanda a un certo punto il narratore, che coincide, e non può essere altrimenti, con l’autore del romanzo; – ne vedo una sola: c’è più marcio nella cerchia degli onesti che in quella dei cosiddetti criminali”.

Il romanzo di Gianluca Barbera sembra un’innocente divagazione sull’atteggiamento truffaldino e si rivela invece un utile baedeker da consultare con profitto per capire come gira il mondo; e possibilmente per non rimanere gabbati quando meno ce lo aspettiamo.

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