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Le domande a Berlusconi erano legittime. La Corte d’appello di Roma dà ragione a “Repubblica” (e torto all’ex Cavaliere). In nome dell’articolo21 della Costituzione

 

“…Quando, signor presidente, ha avuto modo di conoscere Noemi Letizia? Ha frequentato e frequenta altre minorenni?…” “…Non trova grave, per la democrazia italiana e per la sua leadership, che lei abbia ricompensato con candidature e promesse di responsabilità politiche le ragazze che la chiamano «papi»…?” “…Lei ha parlato di un «progetto eversivo» che la minaccia. Può garantire di non aver usato né di voler usare intelligence e polizie contro testimoni, magistrati, giornalisti?…”
Sono alcune delle domande (dieci in tutto) che nel 2009 Giuseppe D’Avanzo su Repubblica pose all’allora premier Silvio Berlusconi sui casi Noemi e Ruby.
Pubblico e privato che si fondevano. Un capo di governo, con un conflitto di interessi senza precedenti (mai risolto) che si intratteneva in relazioni con fanciulle appena (o neanche) patentate alle quali prometteva candidature e incarichi pubblici e che nel frattempo sosteneva i “Family Day” in difesa dei valori tradizionali cattolici della famiglia… Azioni e contraddizioni che provocarono a suo tempo le legittime domande di quegli organi di informazione (ben pochi) non allineati all’ex Cavaliere.

Non era la prima volta che “Repubblica” rivolgeva a Berlusconi alcune domande (senza mai ricevere risposte). Ma alla luce delle nuove scorribande del leader di Forza Italia e delle implicazioni politiche ed istituzionali che ne derivavano il quotidiano a quel tempo diretto da Ezio Mauro scelse di riproporre ininterrottamente quei 10 quesiti.
Berlusconi ancora una volta non rispose anzi querelò il giornale chiedendo un milione di euro di risarcimento perché le domande “capziose e suggestive” sarebbero state pubblicate in maniera “reiterata e ossessiva”.

A 7 anni (troppi) di distanza la Corte di Appello di Roma dà ragione a Repubblica” e torto a Berlusconi. Quelle domande rispondevano “a un interesse di rango elevato, sicuramente tutelato dalla Costituzione, perché avevano come oggetto notizie che potevano concorrere a definire le scelte politiche individuali”. Le domande “non erano spuntate dal nulla, ma nascevano da avvenimenti assolutamente veri che rendevano leciti i dubbi alla base delle stesse domande”. Un contesto che “abilitava qualsiasi giornalista, soprattutto se dedito alla cronaca politica, a formulare al primo ministro i quesiti in questione”. “E’ lecito – si legge nel testo – che una testata giornalistica reiteri domande su circostanze di grande importanza anche politica sul personaggio che guida la nazione”.

Una sentenza in nome dell’articolo 21 della Costituzione. Sancisce né più né meno la libertà di porre domande a chi esercita un potere pubblico, anche se queste sono ininterrottamente reiterate. E non solo in nome del diritto di un giornalista a esercitare il suo ruolo ma anche e soprattutto secondo il principio che i cittadini hanno il diritto di conoscere la verità. Specie quando si tratta dei propri governanti.

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