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Il sogno tradito di Shimon Peres

 

Contro ogni speranza, Shimon Peres ha sperato e lavorato per la pace. Per oltre mezzo secolo, il suo volto ha rappresentato nel mondo l’altra Israele, quella di buona volontà, che non ha mai smesso di credere nella possibilità di un accordo con i palestinesi e con il popoli arabi vicini. “Neanche dopo la tragica notte di Tel Aviv che portò via Yitzhak Rabin”, ha commentato il presidente Obama alla notizia della morte dell’ex capo di Stato. Il quale proprio con il leader  assassinato Rabin ricevette il premio Nobel per la pace nel 1994.  Obama ricorda oggi di Peres “la base morale inscalfibile” e “l’ottimismo instancabile”, che non lo ha abbandonato neppure nelle ultime ore di vita. ”Ci ha ordinato di edificare il futuro di Israele con coraggio e saggezza, e di spianare sempre strade per un futuro di pace”, ha detto il figlio di Peres, Chemi, incontrando la stampa nell’ospedale dove Shimon era stato ricoverato in seguito all’ictus di due settimane fa. Aveva 93 anni.

Ma il suo è ancora un sogno tradito. Nonostante che la questione israelo-palestinese sia da molti decenni il motivo principale dell’instabilità nella regione mediorientale, come riconoscono quasi tutti gli osservatori. Due popoli, Ebrei e Palestinesi, gli uni e gli altri feriti da un comune destino, la diaspora. Chissà se il conflitto tra loro avrebbe potuto trovare una soluzione se non vi fosse stata per i palestinesi la rivendicazione del diritto al ritorno dei rifugiati e dei loro discendenti, per gli israeliani la riunificazione di Gerusalemme come loro capitale eterna e indivisibile. Ma soprattutto se non vi fosse stata, da parte di una minoranza molto invasiva, la presunzione del diritto storico-biblico a insediarsi dovunque in Eretz Israel. Così è avvenuto che oggi, con la moltiplicazione degli insediamenti coloniali in tutta la Cisgiordania, la ricetta dei “due popoli in due stati” sia diventata obiettivamente irrealistica e che la politica israeliana stia puntando di fatto ad una pulizia etnica strisciante. Nella speranza che i palestinesi escano in qualche modo di scena, come gli indiani d’America.

Eppure – leggo sulla più importante rivista italiana di geopolitica, “Limes” – per quanto irrealistica la formula dei due stati resta l’unica via di uscita possibile, tanto che su di essa “si sono articolate tutte le diverse trattative di pace, da Madrid a Oslo, da Camp David a Tābā, dalla road map all’accordo di Ginevra”. Che cosa prevede? La sovranità dello  Stato palestinese sul 95% dei territori occupati con la guerra del ’67; la giurisdizione su Gerusalemme Est e metà della Città Vecchia (inclusa la Spianata delle Moschee); infine il rientro di una quota simbolica di profughi ancora viventi in Israele e il diritto all’immigrazione in Palestina per tutti gli altri. In definitiva, niente di sconvolgente se non vi fosse l’aspettativa israeliana di legalizzare col tempo, in violazione di tutte le risoluzioni dell’ONU, l’occupazione del ’67. Quando, sei mesi dopo la guerra dei sei giorni, mi capitò di intervistare Shimon Peres alla Knesset, neppure lui immaginava che avrebbe potuto protrarsi  così a lungo. Ma così è stato, nonostante il rosario delle trattative. Anche l’ultimo accordo concluso a Ginevra nel dicembre 2003 tra l’ex viceministro degli esteri israeliano Yossi Beilin (uno degli architetti degli accordi di Oslo) e l’ex ministro dell’OLP Yasser Abd Rabbo non ha mai impegnato i rispettivi governi.

Da allora, lo sappiamo, non è stato fatto alcun passo avanti. Recentemente il premier Netanyahu ha dichiarato che uno Stato palestinese potrà nascere solo nel caso in cui sarà demilitarizzato e se sarà riconosciuto Israele come Stato ebraico. Ma è una richiesta, quest’ultima, che l’Autorità nazionale palestinese ha sempre respinto perché significherebbe l’apartheid dei cittadini arabi israeliani, che sono circa il 20% della popolazione totale di Israele e già oggi subiscono limitazioni nei diritti civili. Inoltre, dopo un riconoscimento preventivo la trattativa fra le due parti sarebbe ancor più sbilanciata a favore di Israele. Ma vogliamo essere sinceri? A indebolire la posizione dei palestinesi sono soprattutto l’appoggio incondizionato e i cospicui aiuti, economici e militari, che lo stato ebraico ha sempre ricevuto dagli Stati Uniti.

Non risulta che l’opera di mediazione affidata più volte al Presidente americano e le stesse ramanzine che quest’ultimo rivolge all’intemperanza israeliana siano mai state accompagnate da incentivi o minacce per quanto riguarda gli aiuti. Al contrario, il presidente Obama e il Congresso hanno già stanziato 38 miliardi di dollari  per i prossimi dieci anni, incuranti che un sondaggio abbia rivelato che l’81% degli americani è contrario a nuovi aiuti ad Israele. Su Alganews Paolo Di Mizio annota che, dalla fondazione di Israele (1948) al 2015, gli Stati Uniti hanno elargito al paese mediorientale 124 miliardi di dollari (il più grande aiuto economico mai registrato nella storia dell’umanità da un Paese a un altro Pese).

Con il famoso discorso del Cairo, in cui aveva proposto un nuovo inizio dei rapporti fra il suo Paese e il mondo musulmano, Obama aveva lasciato intendere che il suo governo sarebbe stato più “assertivo” nei confronti di Israele, ma “per il momento, la posizione ufficiale degli Usa è che i palestinesi devono riprendere i negoziati, non si capisce su che basi, nel mentre gli israeliani si impadroniscono di altre parti dei loro territori” (Limes). Di fronte a tanta condiscendenza, ci si potrebbe attendere che il governo di Israele mostri almeno un poco di gratitudine nei confronti del protettore, per esempio appoggiandolo seriamente nella politica di riavvicinamento all’Iran e di guerra allo Stato islamico. Macché, Netanyahu non considera minaccia lo Stato islamico ma il cedimento nei confronti dell’Iran. Per questo “non intende arretrare dall’alleanza con l’Arabia Saudita e il fronte controrivoluzionario arabo, in ossequio al principio per cui i peggiori nemici del mio peggior nemico sono i miei migliori amici” (Limes). Ora, non credo di essere il solo a chiedermi se tutto questo potrebbe avvenire se il governo israeliano non  contasse sulla protezione di una lobby negli Stati Uniti capace di condizionare la politica di quel governo nei suoi confronti.

Purtroppo niente lascia sperare che questo quadro  cambierà con una presidenza Clinton, che tutti prevedono più aggressiva rispetto a quella di Obama nella politica mediorientale degli USA. Tanto più che il candidato democratico ha recentemente dichiarato, in quanto segretario di Stato, che “Washington non chiede il congelamento dei nuovi insediamenti israeliani come condizione per la ripresa dei negoziati, contraddicendo le precedenti affermazioni dello stesso presidente.(da una notizia di agenzia). Insomma, Shimon Peres riposi in pace. Quella in Palestina può attendere.

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