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(73/ma Mostra del Cinema Venezia) Fantasmi dal deserto

 

“Nocturnal Animals” regia di Tom Ford, con Jake Gyllenhaal, Amy Adams, Michael Shannon-  in concorso

Inizia con una sequenza di corpi danzanti. Corpi nudi femminili, sfigurati dall’obesità, dall’età, da vaste cicatrici chirurgiche. Carni oscillanti, che si sollevano e ricadono per poi diventare oscene nature morte, immobili su pedane bianche, circondate dai visitatori di una delle tante gallerie d’arte di Los Angeles. Una gallery così alternativa da spostare sempre di più il limite della decenza umana, fino a sterilizzare l’urto emotivo originato dalla materia più dolorosa e raccapricciante, virandola in oggetto estetico di morbosa asepsi. Una danza dal chiarore macabro, in cui si avvertono gli echi più sinistri di Mulholland Drive e si scorgono le tracce di quella stessa rappresentazione da “ultimi giorni dell’umanità”, priva di punti di fuga, avvitata in labirinti concentrici, in decostruzionismi onirici dell’identità e del mondo, nei quali si inabissano progressivamente i personaggi.

Così come l’anima di Susan, direttrice della galleria, si svuota a poco a poco entro il nitore geometrico degli interni. Colta signora upper class in crisi coniugale e minacciata dall’insidia di imminenti difficoltà economiche, procede per forza d’inerzia fra futili collaboratrici vagamente robotiche e cene con petulanti parassiti orbitanti nel mondo del cinema, avvicinandosi al punto in cui il senso di vacuità diventa dolore senza ritorno. E’ in questa fase della sua vita che riceve per posta dall’ex-marito Tony una copia del romanzo appena terminato: Nocturnal Animals. Per Susan comincia un viaggio à rebours in due intensi anni di matrimonio seguiti da 19 di separazione, di completo silenzio.

Proprio nel rappresentare le vicende narrate nel dattiloscritto (alternate ai ricordi di Susan) il film di Tom Ford assume i connotati del capolavoro. Si tratta del viaggio notturno in auto di una coppia e della figlia adolescente. Nell’oscurità della strada apparentemente senza fine che attraversa una terra di nessuno fatta di terreni abbandonati, deserti, baracche, le linee del mondo diurno, definite e rassicuranti, si sfocano. Un gruppetto di giovani delinquenti ubriachi o tossici (o entrambe le cose), gli “animali notturni” appunto, segue a lungo la macchina della coppia fino a mandarla fuori strada. Lo scontro fra i due gruppi, appartenenti a tipologie umane contrapposte, incompatibili antropologicamente e culturalmente, apre le porte alle pulsioni più basse e revanchiste dell’umiliazione e della violenza. Se il riscatto viene perseguito attraverso la sopraffazione del “nemico”, di colui che nella mente del carnefice ha la colpa di ogni sua disfatta sottraendo possibilità, occasioni, spazio, lo sbocco non può che essere l’annientamento fisico e morale del presunto antagonista. Così, dopo aver insultato e picchiato selvaggiamente l’uomo, il branco rapisce, violenta e uccide le due donne, abbandonandole, nude e abbracciate, su un divano rosso nel deserto californiano, in prossimità di una baracca/rifugio.

Tom Ford, seguendo la discesa agli inferi del protagonista del romanzo, la cui figura tende a sovrapporsi a quella di Tony, agisce sui generi e sui tòpoi del cinema americano (i motel, i deserti, il western, il thriller, il poliziesco, l’on the road) rigenerandoli e reinventandoli, attraverso il buio e la luce, con uno sguardo appassionato e distaccato a un tempo. Ne risulta un metacinema mai gratuito né scontato, che attraverso la potenza simbolica delle immagini arriva, caso raro, alle ragioni ultime delle cose. Resterà sicuramente a lungo nella memoria la derelizione di Tony (un superbo, essenziale e dolente Jake Gyllenhaal) nudo e piegato su se stesso, seduto sul bordo di una vasca, illuminato da una luce caravaggesca.

Come resterà il volto roccioso del poliziotto Bobby Andes (un perfetto Michael Shannon, ultima incarnazione dello sceriffo crepuscolare), malato di cancro e impegnato nelle indagini accanto a Tony. Sarà sua l’iniziativa di regolare biblicamente i conti uccidendo i due principali colpevoli, e nello scontro finale perderà la vita anche Tony, o il suo alter ego. In realtà moriranno entrambi, poiché il romanzo non è che la trasposizione allegorica della vicenda matrimoniale ed esistenziale di Tony. Adottando, pur fra dubbi laceranti, le ragioni e gli atteggiamenti farisaici della madre, Susan lascia il marito, trovandolo debole e inconcludente (mentre prima riusciva a vederne e amarne la vera natura di uomo e scrittore sensibile), per l’amante troppo bello e irrimediabilmente fatuo che si rivelerà, negli anni, un traditore e un fallito. Non senza prima essersi liberata con un aborto del bambino che aspettava da Tony.

Quel giorno tutti perderanno la propria sostanza umana trasformandosi in addolorati revenants: Tony, Susan e il bambino mai nato (che si incarna nella figlia adolescente descritta nel romanzo). Susan, dopo aver letto il testo, si convince della possibilità di un riscatto, di una seconda chance, di un “dolce domani”, e fissa con Tony una cena al ristorante attraverso una serie di sms.

La cura angosciata con cui si prepara all’incontro – trucco non troppo marcato, abito verde aderante con apertura sul seno – rende percepibile l’apprensione e il desiderio che abitano la donna. Ma ci sono errori dai quali non è possibile emendarsi, ferite non rimarginabili, luoghi (della mente) dai quali non si può tornare. Tony è da quasi venti anni un fantasma, defunto senza speranza il suo spirito, quindi non potrà recarsi all’appuntamento. Semplicemente indimenticabile. Fino a questo momento il nostro candidato ideale al Leone d’Oro.

luciatempestini0@gmail.com

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