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In piazza per chiedere pace in Siria. Il 2 settembre sit-in di associazioni e Fnsi

 

Siamo a fine agosto, presto la ripresa frenetica delle attività che con la stagione estiva rallentano o sono sospese, come quella parlamentare, spegnerà l’attenzione già minima sulla guerra in Siria.
Nelle ultime settimane si è accesa una flebile luce grazie all’immagine di Omran, 5 anni, sopravvissuto a un bombardamento ad Aleppo, città su cui si sta concentrando la campagna dei raid aerei russi che ha già causato migliaia di vittime.
Lo smarrimento, il dramma inconsapevole vissuto da questo bimbo, sono stati ‘fissati’ in uno scatto divenuto virale.
Il mondo si è indignato, ha pianto, guardando quei fotogrammi che hanno plasticamente dato corpo alle conseguenze del conflitto siriano, visto attraverso gli occhi di un bambino scampato alla morte che invece non ha risparmiato il fratellino, Alì, poco più grande di lui.
Ma in cinque anni in Siria sono morte decine di migliaia di bambini e oltre un milione è senza casa.
E’ una tragedia, un massacro inarrestabile, che solo la mobilitazione di tutti noi cittadini,  insieme, possiamo provare a fermare chiedendo a gran voce di far ‘tacere’ il rimbombo delle armi.
Per questo Articolo 21 insieme ad Amnesty Italia, Arci, Associazione Giornalisti Amici di Padre Paolo Dall’Oglio, Federazione nazionale della stampa, Italians For Darfur, Unicef, Un ponte per, Usigrai e la rete di ‘Illuminare le periferie’ ha promosso un sit-in a Roma, in piazza Santi Apostoli, venerdì 2 agosto, dalle ore 11, per sostenere l’appello alla tregua e la creazione e il rispetto dei corridoi umanitari in Siria.
Solo la fruizione degli aiuti e l’assistenza sanitaria ad Aleppo, come nel resto del Paese, può impedire che la catastrofe umanitaria, che si è già profilata, possa peggiorare.
Metà della popolazione della Siria è sfollata, 470mila persone hanno perso la vita, 1,9 milioni sono rimaste ferite o mutilate, l’aspettativa di vita è passata dai 70 ai 55 anni.
I numeri agghiaccianti che misurano la tragedia siriana, dati diffusi dal Syrian Centre for Policy Research che non tengono conto dell’assedio di Aleppo che ha visto una crescita esponenziale di bambini tra le vittime, ci obbligano a fare qualcosa.
Come hanno dimostrato i precedenti conflitti in Yugoslavia, Iraq, Afganistan, Libia, le “guerre umanitarie” altro non sono che massacri perpetrati per interessi economici e geopolitici.
Aleppo ricorda Sarajevo. Oggi come allora il fallimento della Comunità Internazionale è sotto gli occhi di noi tutti, oggi ancor più distratti e silenti di ieri.
L’assedio di Sarajevo durò quattro anni e costò la vita a più di 12mila persone. Ad Aleppo dura dallo stesso tempo e ha causato quasi il doppio dei morti.
Davanti all’assedio di Sarajevo papa Giovanni Paolo II invocò, inascoltato, l’ingerenza umanitaria, quello spirito umanitario che sta morendo anche oggi, tra le strade e sotto le macerie di Aleppo.
L’attenzione mediatica e le informazioni sul conflitto siriano si riducono ogni giorno di più e con esse la consapevolezza di ciò che quotidianamente avviene nel Paese.
Non basta indignarsi per la foto dell’ultimo bimbo vittima della guerra, che sia morto su una spiaggia turca o salvo e inconsapevole sul seggiolino di un’ambulanza in Siria.
Questa volta non dobbiamo permettere che a inizio settembre l’attenzione dei media mainstream sia rivolta altrove, al referendum costituzionale, al campionato, all’ultimo gossip di fine estate.
Non possiamo restare a guardare, ci sono milioni di vite da salvare, ancora oggi. Ad Aleppo e nel resto della Siria.

 

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