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Costa d’Avorio: 10 anni fa il più grave disastro ambientale del XXI secolo

 

Il 19 agosto 2006 oltre 540.000 litri (ossia, più di 540 metri cubi) di rifiuti tossici vennero scaricati in 18 siti di Abidjan, l’allora capitale della Costa d’Avorio.
Oltre 100.000 persone dovettero ricorrere alle cure mediche per vari sintomi tra cui vertigini, nausea, forti dolori addominali e difficoltà respiratorie e digestive. Ufficialmente, si registrarono 15 morti.
Erano diversi mesi che il cargo “Probo Koala”, della compagnia britannica di trasporto petrolifero Trafigura, stava cercando – dopo aver provato invano in Olanda, Italia, Malta e Gibilterra – uno scalo dell’Africa occidentale dove disfarsi dei rifiuti tossici prodotti a bordo dal processo di “ripulitura” con la soda caustica della nafta da cokizzazione e la successiva miscelazione col gasolio per ottenere petrolio da vendere sul mercato africano.
Dopo il rifiuto ricevuto dalla Nigeria, la scelta ricadde sulla Costa d’Avorio.
Nel 2012 Amnesty International e Greenpeace produssero un rapporto contenente le prove dello sversamento. Trafigura non ha mai ammesso le sue responsabilità, limitandosi a scaricarle sull’impresa locale ivoriana, tale “Compagnia Tommy”, messa sotto contratto per lo smaltimento.
Cosa ci fosse esattamente dentro quei rifiuti tossici, Trafigura non lo ha mai detto. Di sicuro, a 10 anni di distanza, l’azienda è – lei sì – in piena salute. Ha attraversato un processo di “rebranding” e nel 2015 ha dichiarato profitti per oltre un miliardo di dollari. Oggi è una compagnia leader nel trasporto marittimo commerciale ed è costantemente presente nei forum internazionali sulla responsabilità sociale.
Se quello sversamento fosse accaduto nel centro di Londra e non nella capitale di una delle periferie del mondo, le cose sarebbero andate ben diversamente. Ma è nel centro di Londra che si trovavano gli uffici di Trafigura ed è da lì che furono condotte le trattative per smaltire i rifiuti tossici della “Probo Koala” nella più grande città della Costa d’Avorio.
Quando Amnesty International, un anno fa, ha presentato al governo britannico una serie di prove che da Londra funzionari di Trafigura avevano organizzato lo sversamento in Costa d’Avorio, si è sentita rispondere che non c’erano risorse, esperti e fondi per avviare una causa contro un colosso come Trafigura. Manca anche una legge per punire le gravi violazioni dei diritti umani commesse all’estero dalle imprese britanniche.
A sua volta, il governo della Costa d’Avorio – paese che peraltro all’epoca era in piena guerra civile e lo sarebbe rimasto ancora a lungo – non ha fatto particolari sforzi per chiamare Trafigura a rispondere del suo operato. Nel corso degli anni, alcune vittime hanno ottenuto modesti risarcimenti.
Secondo le autorità locali, la decontaminazione dei siti è terminata lo scorso novembre. Sarebbe iniziato anche uno screening sanitario in una delle zone più colpite dall’inquinamento.
Un mese fa, però, Amnesty International è tornata in Costa d’Avorio per incontrare nuovamente gli abitanti delle zone colpite dall’inquinamento. Molti stanno ancora male. Nessuno è stato mai visitato per verificare se l’inquinamento avesse provocato effetti di lungo periodo sulla salute.
Quando ad Abidjan piove molto, a 10 anni di distanza, dal terreno sale ancora la puzza…

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