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Migranti: Rosarno e la (mala) informazione

 

Alcuni filoni di notizie sono come fiumi carsici che emergono potentemente per alcuni giorni (mai più di un paio nelle testate nazionali),  per poi tornare nel profondo dei loro territori. Dove però continuano a scorrere, a vivere, talvolta a fare danni. E’ il caso del periodico assalto mediatico alla tendopoli di Rosarno – San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria. La chiamano “tendopoli” e forse sarebbe più preciso “baraccopoli permanente”, perché accanto alle tende, che ormai sei anni fa il Ministero dell’Interno fece montare per accogliere “temporaneamente” i migranti che arrivavano nella Piana di Gioia Tauro e vi rimanevano il tempo della raccolta delle arance , si sono formate negli anni una serie di baracche costruite con legna, teli di plastica e altro materiale di scarto dagli stessi immigrati. Baracche permanenti.

Provengono quasi tutti dall’Africa subsahariana, quasi tutti non hanno documenti, pressoché tutti ormai anche a Rosarno fanno la fame. Qui lo snodo e qui la notizia, che notizia non è. Perché l’episodio del ragazzo rimasto ucciso lo scorso 8 giugno nello scontro con un carabiniere, in una dinamica che è tutta ancora da chiarire, è solo il sintomo di una situazione che persevera da ormai quindici anni.

Facevo ancora il liceo quando ai bordi della strada che costeggiava la costa e collegava i paesi della Piana in centinaia aspettavano che arrivasse il caporale che garantiva loro “la giornata”. Finita la giornata, che significava 15 ore di lavoro al freddo per poche decine di euro, questa gente spariva. Davvero, nessuno sapeva che fine facessero i poveri africani, in realtà accampati in qualche casolare di campagna al limite della sopravvivenza e per il quale dovevano anche pagare un affitto. Ma “quando sei nato non puoi più nasconderti”: prima o poi qualcuno si sarebbe accorto della loro esistenza. Successe nel modo peggiore: la situazione esplose, nel 2010 la rivolta, il razzismo ma anche la solidarietà di un popolo, quello calabrese, che, fra le poche cose che ha, mantiene la dignità della generosità.

In questi il giorni, il morto e la notizia. Ma l’effimero del giornale o telegiornale quotidiano fa sì che tutti noi ci si fermi al morto e non si vada mai oltre. I numeri? Spesso casuali. Sono stati in pochi a dire che oggi, tra San Ferdinando e Rosarno, ci sono almeno un migliaio di immigrati. Ancora meno quelli che parlano del nocciolo della questione, cioè che ormai di arance, nella Piana di Gioia Tauro, non se ne raccolgono più da tempo. Perché? Perché non conviene: la grande distribuzione ha messo in ginocchio i produttori in un modo tale per cui si vende un chilo di arance a trenta centesimi, ma raccoglierle costa sessanta. E allora è la fame: per i produttori, per i caporali  e anche per i poveri braccianti.

La noia, l’assenza di lavoro, la povertà assoluta portano la baraccopoli a diventare il focolaio di una situazione già incandescente, in cui i derelitti sentono ogni giorno che diventano sempre più ultimi, che il limite in cui sono confinati diventa sempre più lontano dal centro (se ne esiste uno), che non c’è davvero un termine all’incubo di una vita così misera. E intorno non si sta meglio: perché la Calabria è ad oggi la regione più povera e più arretrata d’Europa. Perché di questa Calabria, che ha lasciato la modernità ormai cinquant’anni fa, nessuno parla come si dovrebbe. Perché raccontarla, questa terra amara non è facile. Ci provano i colleghi dei quotidiani locali, fra mille pericoli, e ci riescono anche. Manca forse quella lente d’ingrandimento e quella giusta distanza dai fatti perché anche chi è lontano possa capire. E’ questo lo sguardo che manca, che mi manca.

Di recente sono andata a rileggere un saggio di Leonardo Sciascia, dal titolo “Sicilia e Sicilitudine”. Sciascia descriveva i tratti tipici dei siciliani in una chiave storica: il loro isolamento, la loro diffidenza dallo Stato centrale. E ne traeva conseguenze sul suo presente: pensava che l’autonomia regionale tanto rivendicata della Sicilia, in realtà avesse procurato ai siciliani più danni che vantaggi, degenerando nel malaffare.  Alla base del problema la “sicilitudine”. Un concetto criticato e forse ormai tramontato, che finisce per azzerare le responsabilità di chi male vive e male opera, ma che permise a Sciascia di capire il male della sua Sicilia e di darne un’analisi e un racconto che diventarono intramontabili.

Alla Calabria non è toccato neanche questo. Non c’è una “calabritudine”, o almeno non è mai stata raccontata. Forse perché una sola Calabria non c’è. Manca qualcuno che provi a capire e raccontare il male più profondo della Calabria, che in una parola si chiama ‘ndrangheta ma che ha a che fare con la storia della regione, dal di dentro. Se c’è la notizia ci si accalca a Rosarno, San Ferdinando, Locri…ma poi quel racconto è abbandonato e torna nelle viscere malate della sua terra.

Quest’aspra Calabria va vissuta per essere raccontata. L’abbandono in cui vive, il senso di distanza dal mondo con cui procede, andrebbe respirato a lungo e poi raccontato. Sarebbe bello che giornalisti calabresi e non (perché nessuno sia lasciato solo con una scorta a farlo) provassero oggi a fare quest’operazione: sogno una task force del racconto che porti finalmente la Calabria e il suo male ogni giorno sulle prime pagine dei giornali nazionali e internazionali. Ce n’è bisogno perché questo è il senso del nostro mestiere: scovare i fatti, raccontare storie, cambiare le cose con un racconto. Se non lo facciamo oggi che la ‘ndrangheta è la mafia più potente al mondo abbiamo fallito. Stiamo perdendo tempo, non stiamo contribuendo alla democrazia, non stiamo contribuendo allo sviluppo del nostro Paese e stiamo lasciando che un pezzo di esso resti fuori dalla Storia per sempre.

Se ci sono, proviamo a trovarle queste “calabritudini”, lasciamo le redazioni e battiamo palmo a palmo le stradine dei borghi abbandonati e di quelli “controllati”. Raccontiamo anche la bellezza che nasce nel deserto, perché i buoni e i cattivi non stanno mai su due fronti opposti e incomunicabili e facciamolo in un modo organico. Ritroviamo la difficoltà e il fascino del nostro mestiere. Forse non cambieremo la Storia, ma staremo affrontando una delle sfide più difficili e affascinanti di questo nostro presente italiano.

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