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Il “caso Blu” e la street art che si fa politica

 

Una pennellata, un colpo di rullo e via: vent’anni di disegni spariscono nell’oblio. Così Blu, graffitista che il Guardian ha inserito nella top 10 mondiale, ha cancellato da Bologna ogni traccia della sua opera. Una damnatio memoriae non da poco, perché l’anonimo artista ha iniziato proprio nel capoluogo emiliano, dove è nato, e lì torna spesso, tra un viaggio in Messico e un lavoro in Palestina, per onorare i muri incorniciati dai portici.

Il gesto di Blu potrebbe sembrare violento, una strana appropriazione di qualcosa che lui stesso aveva donato al pubblico. Una personalizzazione, insomma, dell’arte più democratica che esista: quella di strada. E invece è proprio questo che Blu vuole evitare, smantellando per protesta anni di lavoro. Se non lo avesse fatto, le sue opere sarebbero state staccate dai muri per finire in un museo, quello di Palazzo Pepoli, dove il 18 marzo inizierà una mostra dal nome “Banksy & Co. L’arte allo stato urbano”. L’idea viene dall’istituzione Genus Bononiae, nata per iniziativa della Cassa di risparmio di Bologna, e lo scopo dichiarato è quello di salvare i disegni dal deperimento, avviando una “riflessione sulle modalità della salvaguardia di queste esperienze”. Peccato che a molti la scelta di chiudere in una stanza quello che per definizione è di tutti sia sembrato un assurdo. E dalla conservazione dei murales la riflessione si è spostata sulla legittimità di un’operazione che trasforma creazioni spontanee, nate in opposizione alla cultura istituzionale, in arte da museo. Senza contare che il degrado e la demolizione sono, per gli artisti di strada, parte integrante del prodotto finito, che campeggia su un muro ed è in continuo divenire. Il principio ricorda Antonio Canova, che nell’Ottocento insisteva sulla necessità di lasciare le opere d’arte lì dove sono conservate, perché “formano catena e collezione” con i luoghi fisici e ne incamerano la storia. E Canova non era proprio un sovversivo.

Più polemiche che consensi, dunque, per una mostra che ha scosso l’opinione pubblica internazionale. Ma soprattutto quella dei bolognesi, che ben conoscono l’ideatore dell’evento:

Fabio Roversi-Monaco, Presidente di Genus Bononiae, è stato membro della loggia massonica Zamboni – De Rolandis, magnifico rettore dell’Alma Mater dal 1985 al 2000, ex-presidente di Bologna Fiere e di Fondazione Carisbo, ed è tuttora alla guida di Banca Imi. “Non stupisce che ci sia l’ex-presidente della più potente Fondazione bancaria cittadina dietro l’ennesima privatizzazione di un pezzo di città”, scrive su Giap il collettivo di scrittori Wu Ming (http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=24357 ), a cui Blu ha dato il compito di spiegare la sua decisione.

Ad aiutare il graffitista nell’impresa ci sono gli occupanti di due centri sociali, l’XM24 e il Crash: insieme a lui hanno cancellato l’uomo con la mascherina antismog nel sottopassaggio di via Stalingrado, gli scontri di piazza sulla facciata dell’ex macello comunale e una mezza dozzina di opere segnalate nelle guide alternative, mete di pellegrinaggi per appassionati.

“Questo atto – si legge su Giap – lo compiono coloro che non accettano l’ennesima sottrazione di un bene collettivo allo spazio pubblico, l’ennesima recinzione e un biglietto da pagare. Lo compiono coloro che non sono disposti a cedere il proprio lavoro ai potenti di sempre in cambio di un posto nel salotto buono della città. Lo compiono coloro che hanno chiara la differenza tra chi detiene denaro, cariche e potere, e chi mette in campo creatività e ingegno”. È la resa dei conti fra arte e politica. O meglio, è l’arte che si fa politica.

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