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Umberto Eco, un buon cristiano fuori della Chiesa

 

Chi non ha avuto la ventura di conoscere Umberto Eco, di lavorare con lui e di scambiare con lui i pensieri sull’Italia e sul pianeta Terra – come a chi scrive è capitato in numerose occasioni e soprattutto a Milano o a Torino, impegnati nelle due università in convegni che prevedevano la presenza di storici e filosofi e, tra gli anni Settanta e Ottanta, nell’ideazione e redazione di  ITALIA MODERNA. Storia e immagini dell’Italia dall’Unità agli anni Ottanta che vide, insieme con il filosofo alessandrino e con chi scrive, Alberto Abruzzese, Carlo Bertelli, Vittorio Gregotti, il direttore dell’Electa,  Carlo Pirovano e Manfredo Tafuri – oggi sa di aver perduto un amico e  un interlocutore impagabile, al di là delle discipline accademiche che abbiamo coltivato e, in qualche caso coltiviamo ancora.

Non molti sanno che Eco si laureò nell’Università in cui ho insegnato in assoluto per il maggior tempo del mio passaggio accademico, quella di Torino, con due filosofi conservatori ma acuti come Luigi Pareyson (rivale di Abbagnano)  e Augusto Guzzo sull’estetica di San Tommaso d’Aquino ed ebbe una vera passione, che non l’ha mai abbandonato per il Medioevo che anche su di  me (posso ora confessarlo) ha esercitato un fascino duraturo insieme con quell’età contemporanea su cui ho scritto più libri.  Figlio di un commerciante alessandrino, il giovane Eco vinse- con Furio Colombo e Gianni Vattimo –  due miei vecchi amici a quei tempi ma anche ora, un concorso della Rai (siamo nel 1954) per l’assunzione di telecronisti e nuovi funzionari ma tutti e tre lasciarono velocemente l’azienda televisiva che oggi – non sarà un’innovazione, spero, di Matteo Renzi – parla di sé come della “televisione ufficiale”.

Dopo il suo primo libro tratto dalla sua tesi di laurea opportunamente rifatta che fu nel 1956 Il problema estetico in san Tommaso, il giovane piemontese si dedicò allo studio della cultura popolare contemporanea e all’indagine critica sullo sperimentalismo letterario e critico.  E, pur essendo stato membro della Gioventù di Azione Cattolica e poi dei membri adulti  dell’Azione Cattolica – raccontò ai suoi amici che aveva perduto la fede durante gli anni universitari e rimase – come direbbe oggi papa Francesco, che va sempre alla sostanza delle cose e non solo alla forma – un buon cristiano fuori della Chiesa (sa bene Bergoglio  quanto ci sia bisogno di buoni cristiani e non di cattivi (come pure sono in giro).

Voglio ricordare anche i Cinque scritti morali che dà la giusta attenzione a un tema che mi ha sempre interessato molto: il cosiddetto ur-fascismo o “fascismo eterno”  come culto della tradizione, rifiuto del modernismo, culto dell’azione per l’azione ,il disaccordo come tradimento, la paura delle differenze, l’appello alle classi medie frustrate, l’ossessione del complotto, il machismo, il “populismo qualitativo TV e Internet”: da queste caratteristiche e dalla loro combinazione è possibile smascherare le forme di fascismo che si riproducono sempre in ogni parte del mondo. Certo, i suoi studi più  importanti (a parte la sua attività in un breve periodo come condirettore della casa editrice Bompiani che è stata importante anche per chi scrive) e vanno da Opera aperta(1962) a Diario minimo (1963) a Apocalittici e integrati (1964) ancora a La struttura assente(1968), al Trattato di semiotica generale ( 1975),a Semiotica e filosofia del linguaggio(1984).

Ai suoi studi, e molti ce ne saranno anche negli anni successivi -come sempre accade agli studiosi di razza- negli anni centrali dell’insegnamento e dell’attività complessiva i suoi romanzi di cui il primo Il nome della Rosa è uscito nel 1980 ed è stato tradotto in 47 lingue e venduto in trenta milioni di copie. E occorre citare alla fine anche le sue collaborazioni giornalistiche, iniziate quasi con un celebre articolo del 1961 intitolato Fenomenologia di Mike Bongiorno e mai terminate si può dire fino a ieri con le centinaia di interviste che hanno punteggiato la seconda parte della sua vita fino alla scomparsa improvvisa e- per i suoi amici antichi e recenti- (tra i quali non posso non mettermi) precoce e  dolorosa).

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