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Caso Alpi-Hrovatin: inizia oggi il processo di revisione per Hashi. Vogliamo la verità

 

Mercoledì 13 gennaio 2016. Una giornata importante per Hashi – Hashi Omar Hassan – somalo, 42 anni, l’unico colpevole per la giustizia italiana dell’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Condannato a 26 anni di reclusione, ne ha passati 10 in carcere gridando la propria innocenza. “Non ho ucciso io Ilaria” ripeteva. E paradossalmente, l’unica a credere a quel ragazzo somalo, era Luciana. Luciana Alpi, la madre di Ilaria, una donna che da troppo tempo – da quel 20 marzo del 1994 – si batte per sapere la verità. Per sapere il motivo di quell’esecuzione. Senza avere risposta.

Qualcosa però potrebbe cambiare. Perché oggi a Perugia, davanti ai giudici della Corte d’Appello, comincerà il processo di revisione per Hashi. Processo che potrebbe mettere la parola fine a una storia penosa, lunga vent’anni. Vent’anni di bugie, depistaggi e domande che ancora non hanno una risposta.

Perché Ilaria e Miran sono stati uccisi? Cosa avevano scoperto? Chi sono i mandanti? E’ stato anche grazie a Chi l’ha visto se i legali di Hashi – Douglas Duale, Antonino Moriconi e Natale Caputo – hanno potuto presentare istanza di revisione del processo di secondo grado. Processo che si era concluso con la condanna del somalo a 26 anni di carcere.

Chi l’ha visto – un anno fa – aveva trovato e intervistato il principale accusatore di Hashi, il supertestimone dell’omicidio di Ilaria e Miran, un uomo da 17 anni irreperibile per la giustizia italiana: Ahmed Ali Rage detto Gelle. Gelle davanti alla Digos di Roma e al pm Franco Ionta – nel ’97 – raccontò di aver visto Hashi tra gli uomini del commando che uccise i nostri colleghi. E poi sparì. Senza mai presentarsi al processo. Senza mai confermare le sue accuse contro Hashi. Senza dare la possibilità ad Hashi di difendersi.

E nonostante questo, nonostante agli inquirenti avesse descritto una scena dell’agguato diversa dalla realtà, con Ilaria seduta sul sedile anteriore del pick-up e Miran su quello posteriore (bastava vedere le immagini per scoprire che era esattamente il contrario), Hashi venne condannato. C’era un colpevole, Hashi. C’era un movente, la rapina. Il super testimone era scomparso, ma a nessuno sembrava importare molto.

Un anno fa, però, noi di Chi l’ha visto quel super testimone irreperibile l’abbiamo trovato. Dopo una lunga trattativa e l’aiuto prezioso della comunità somala inglese, l’abbiamo incontrato a Manchester. E Gelle ci ha svelato la sua bugia. Perché lui non era lì quando Ilaria e Miran sono stati uccisi. Lui non ha visto nulla. Non può aver visto nulla. Hashi è innocente. “Ho detto una bugia – ci ha raccontato – che poteva passare per verità, ho detto che ero lì presente quando in realtà non sono mai stato lì presente e così si è montata una storia ed è stato detto che Ilaria era morta per una rapina… “.

Era quello che volevano gli italiani, ci spiega Gelle. Trovare un colpevole e chiudere il caso. In cambio gli hanno offerto soldi. Tanti soldi. Soldi che Gelle non ha preso, perché non si è mai presentato al processo e non ha finito il “lavoro”. Lo chiama così. Il “lavoro”. Come se accusare un innocente fosse un lavoro. “Volevo fuggire, volevo salvarmi” si giustifica Gelle. “La mia intenzione non era dire una bugia per fare soldi. La mia intenzione era salvare la mia vita dalla guerra in Somalia. Se avessi voluto prendere i soldi sarei rimasto, avrei affrontato il tribunale, avrei riconosciuto Hashi e sarei andato avanti. E invece no, me ne sono andato via”. E nessuno l’ha più cercato.

E’ passato un anno da questa intervista. Ci sono state interrogazioni parlamentari e un question time del ministro della giustizia, Andrea Orlando. I legali di Hashi hanno fatto istanza di revisione del processo alla Corte di Perugia, chiedendo, in sostanza, l’annullamento della condanna e il riconoscimento dell’estraneità di Hashi al duplice delitto. E la Corte d’Appello di Perugia ha ammesso l’istanza. Oggi inizia la revisione.

“La Corte d’Appello di Perugia – spiega l’avvocato Duale – ha deciso di riaprire il processo. Di spiegare, dopo 21 anni, cosa è successo quel tragico giorno di marzo del 1994. Di trovare i colpevoli”.
Di arrivare, speriamo, alla verità.

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