Sei qui:  / Articoli / Informazione / Precarietà economica e querele temerarie. La difficoltà di chi fa informazione secondo Tizian

Precarietà economica e querele temerarie. La difficoltà di chi fa informazione secondo Tizian

 

Minacce, intimidazioni, querele temerarie: la vita del giornalista di «frontiera», che sia freelance o cronista di una piccola testata di provincia, è scandita quotidianamente da gravose difficoltà che immancabilmente incidono sulla libertà di informazione. A raccontare ad Articolo21 quanto è complesso e importante il mestiere del cronista di «frontiera» è Giovanni Tizian. Oggi giornalista de L’Espresso, Tizian ha mosso i primi passi in un quotidiano di provincia, in Emilia Romagna, dove ha imparato a fare i conti con la precarietà di questo lavoro e con le storture di un sistema giornalistico colpevole, troppo spesso, di lasciare solo chi racconta il marcio del territorio.

Hai iniziato a lavorare come giornalista alla Gazzetta di Modena, quindi in un quotidiano di provincia. Quanta difficoltà incontra nel fare il suo mestiere un giornalista di «frontiera», che sia un freelance o un cronista con alle spalle una piccola testata?

Il problema principale che ho incontrato fino ad un certo punto della mia esperienza personale, e che si può allargare a tutti i colleghi che lavorano in provincia in testate locali, è quello della questione economica. Non si sopravvive facendo questo lavoro, tanto che io per anni ho fatto anche un altro lavoro che mi portava uno stipendio decente. E quindi ho potuto portare avanti la passione della scrittura e del giornalismo e la portavo avanti sapendo che neanche nel lungo termine avrebbe portato a dei risultati o soddisfazioni di tipo economico: quello rimaneva un miraggio. Io ho cominciato a fare giornalismo in quel periodo in cui la precarietà e lo sfruttamento nell’informazione erano diventati la regola. C’è questo primo grande aspetto che coinvolge tutti, questa è la prima difficoltà che incontrano tutti. Parlavo di questo problema con i miei capi di allora, ma per loro la gavetta degli anni Ottanta e Novanta era diversa: pochi anni e la certezza di riuscire a farti assumere, accompagnata anche una grandissima possibilità di mobilità, di passare da un giornale ad un altro, cosa che oggi non è possibile. Poi ovviamente a questa difficoltà subentrano quelle che possono essere le difficoltà legate a minacce e intimidazioni a cui i giornalisti locali sono molto più esposti. Questo per un semplice motivo: questi giornalisti sono sul territorio e raccontano, giorno per giorno, quel fenomeno, quel fatto, parlano di quelle persone, quelle stesse che hanno davanti quotidianamente. I giornalisti locali vivono un territorio che condividono con i criminali. Quasi per una legge naturale il confronto, prima o poi, arriva e ognuno usa i propri mezzi: i giornalisti usano la scrittura, loro usano purtroppo le minacce. Minacce che possono essere di vario tipo, non soltanto quelle che ho ricevuto io, ma anche minacce di tipo legale, intimidazioni da milioni di euro. Addirittura – e questo era emerso nell’inchiesta relativa alle minacce che mi riguardavano – i clan hanno a loro disposizione alcuni gruppi imprenditoriali e questi incidono sul territorio dal punto di vista economico, anche sulla pubblicità, eventualmente. Nel nostro caso non si è realizzato questo tipo di progetto, perché c’è anche la fortuna di appartenere ad un gruppo editoriale grosso, quello dell’Espresso, che è una struttura importante. Penso, però, ai giornali piccoli che campano con la pubblicità.

Oltre a minacce e intimidazioni, come dicevi tu, anche le minacce di tipo legale. A proposito di questo, quanto la querela temeraria pesa sulla libertà di informazione nelle province?

Pesa tantissimo. Pesa tantissimo perché sono soldi che hai in spesa sulla base, molto spesso, di nulla. Innanzitutto coloro che presentano queste querele molto spesso non pagano gli avvocati, perché sono quegli avvocati che li seguono in tutte le loro vicissitudini giudiziarie, quindi una querela in più una querela in meno non cambia nulla. Anche, appunto, per fare una querela che si basa sul nulla. E ci sono richieste di risarcimento impressionanti. Ad esempio, poco tempo fa ad un collega hanno chiesto dodici milioni di euro. Dodici milioni di euro che i giornali devono comunque mettere in conto. Richiesti ad un grosso gruppo, questi soldi fanno comunque male, ma se vengono chiesti ad un piccolo giornale, quel giornale chiude. Anche se dieci anni dopo quella causa verrà vinta, quando in bilancio si mette il rischio di pagare dodici milioni di euro, è dura. È un problema enorme perché a tanti colleghi, ad un certo punto, passa anche la voglia di fare giornalismo.

Quale potrebbe essere una soluzione? Quali le proposte che dovrebbero arrivare dalla politica e come il sistema giornalistico dovrebbe rimediare a quelle falle enormi – penso al precariato – che incidono in fondo sulla salute dell’informazione?

Il precariato incide tantissimo. Dal punto di vista giudiziario basterebbe introdurre un filtro alle querele e alle cause. Non si possono chiedere milioni di euro di risarcimento senza presentare alcuna prova. È molto semplice: si risolverebbe in un giorno la questione. È necessario introdurre finalmente la querela temeraria per cui se perdi, paghi. Il problema qui è, però, che bisogna aspettare la fine del procedimento e possono passare anche dieci anni. È sì necessaria l’introduzione della querela temeraria, ma credo che si abbia bisogno anche di un passaggio in più: un filtro immediato che dica che una determinata querela non ha senso di esistere. Tecnicamente non so come si possa realizzare, ma ritengo che un filtro sia necessario. Anche perché, visto che si parla tanto di sicurezza, di forze dell’ordine senza risorse, ci sono interi commissariati, intere caserme dell’Arma che praticamente vengono sommerse di querele che finiscono nel nulla. C’è quindi un blocco nelle caserme e c’è un blocco poi nei tribunali – perché molte volte si discute di cose inutili, aldilà della cosiddetta macchina del fango, che è un altro discorso –, perché per la maggior parte sono querele che vengono archiviate. Un filtro, quindi, libererebbe forze dell’ordine e tribunali e permetterebbe all’informazione di essere un po’ più libera. Sei calabrese d’origine, ma hai mosso i primi passi da giornalista in Emilia.

Quanto è stato difficile denunciare che la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta esistono anche a nord dei confini della Campania?

Inizialmente pensavo che fosse qualcosa di complicatissimo, perché l’idea era quella di avere dei capi che non fossero sensibili a certi temi. In realtà io sono stato fortunato in questo, perché il mio primo caposervizio sin dall’inizio si era appassionato e, come sempre, quando ci si appassiona si fanno bellissime cose: lavori in squadra, lavori in gruppo e hai un sostegno. Nel mio caso, mi è bastato quel sostegno. Altro tipo di discorso è quello legato alla cittadinanza e ai lettori, che o non apprezzano o credono che quelle di cui parli siano esagerazioni. Dal punto di vista professionale, in Emilia ho avuto un appoggio totale e questo mi ha dato anche la possibilità non soltanto di crescere ma anche di continuare a proporre inchieste e articoli su quel tema. Se non ci fosse stata una persona che non mi avesse ascoltato, difficilmente sarei andato avanti. È difficile soprattutto quando negli articoli scrivi non tanto dei criminali, ma del fatto che il territorio non vuole vedere e non vuole ascoltare. Ci sono quindi vari aspetti: quello professionale che va un po’ a fortuna, perché si va avanti nel momento in cui si ha qualcuno che ascolta e comprende, e c’è poi tutto l’aspetto legato al rapporto col territorio quando si scrive di certi temi. Perché i territori – e non parlo della Calabria, della Sicilia o della Campania – non sono molto aperti al sentirsi dire “avete la mafia in casa”. Poi le inchieste, però, dimostrano il contrario, da Black Monkey a Aemilia viene fuori il marcio su un territorio che non è quello “tradizionale” delle mafie. Come in Emilia Romagna, così anche in altre regioni del nord Italia. In Emilia Romagna, il sistema di Aemilia lo raccontai la prima volta nel 2011 per il mensile Narcomafie. Sentir dire dagli imprenditori e dalle associazioni di categoria che Aemilia finalmente ha portato alla luce situazioni di cui non si conosceva l’origine né lo spessore è una menzogna, perché sono stati fatti convegni, incontri, presentazioni di questo dossier, presentazioni di inchieste giornalistiche sul sistema Aemilia, prima che si chiamasse Aemilia.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE