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Turchia, quando il giornalismo è un crimine

 

Il corpo senza vita di Tahir Elci, il 49enne leader degli avvocati curdi, uno dei più importanti attivisti per i diritti umani in Turchia, giace senza vita sul selciato di una strada del quartiere di Sur, città di Diyarbakir, quella capitale del Kurdistan turco mai riconosciuto. Ammazzato con un colpo di pistola durante una sparatoria avvenuta nel corso di una conferenza stampa da lui stesso organizzata, insieme ad altri attivisti, per denunciare le violenze a cui è sottoposto da mesi il popolo curdo nel sud-est della Turchia. Elci è stato ammazzato davanti alle telecamere, in diretta televisiva.

Quell’immagine di lui, vivo, qualche attimo prima che gli sparassero, mentre diceva parole di pace – “Chiediamo che da questa area restino fuori la guerra, i combattimenti, le armi, le operazioni militari” – e poi, subito dopo, a terra, trafitto da un colpo alla testa, racconta drammaticamente tutta la violenza e la barbarie che sta vivendo il Kurdistan turco, nelle città a maggioranza curda, in quel territorio di confine tra Siria e Iraq disseminato di pozzi petroliferi. Da mesi il governo di Ankara ha imposto il coprifuoco in città e villaggi (roccaforti dell’Hdp, il partito filo curdo che alle elezioni di giugno fece perdere la maggioranza assoluta all’Akp, costringendolo a elezioni anticipate), le sparatorie e gli scontri tra polizia e resistenza curda sono all’ordine del giorno, i civili sono terrorizzati e le città quasi polverizzate, come abbiamo documentato a inizio novembre con Ivan Grozny.
Tahir Elci aveva organizzato l’incontro coi giornalisti – all’aperto, proprio accanto al minareto – per denunciare queste violenze, per dire basta, per rinnovare il processo di pace. E proprio mentre la conferenza stava per finire, all’improvviso è arrivata un’auto, è iniziata una sparatoria coi poliziotti, qualcuno ha mirato verso l’avvocato e l’ha ucciso. Un agguato in diretta Tv, al termine del quale muoiono anche due agenti.

Sono molto diverse le ricostruzioni della dinamica. Per il ministro dell’Interno, Efkan Ala, l’avvocato sarebbe stato “raggiunto dal fuoco scambiato tra polizia e terroristi”, ma secondo l’Hdp si è trattato di un “omicidio premeditato”, un “omicidio di Stato”; mentre il Presidente della Repubblica, Erdogan, l’ha derubricato come un “incidente” che, per altro, “mostra quanto sia nel giusto la Turchia nella sua lotta determinata contro il terrorismo” curdo. La vera ossessione del Capo dello Stato: in 6 mesi l’esercito turco ha effettuato 2 attacchi contro Isis, mentre 200 contro il Pkk. E così la Turchia, invece che contro lo Stato islamico, è impegnata nella sua personale guerra in casa: i curdi – unica forza a combattere e vincere contro le milizie Daesh – sono sistematicamente bombardati. Erdogan considera terroristi l’unica arma terrestre che ha sconfitto Isis e permesso di liberare Kobane e Sinjar.

La popolazione da 40 anni chiede maggiore autonomia; lo ha fatto ricorrendo, anche, con il Pkk, ad atti di terrorismo, in una guerriglia in cui si contano 40mila morti. Tre anni fa era però iniziato un negoziato di pace che Erdogan ha fatto saltare pochi mesi fa. Tahir Elci, in prima linea nei processi sugli arresti e gli omicidi civili in Turchia, era anche l’avvocato del Pkk in un processo e durante un talk-show aveva sostenuto che “il Pkk non è un’organizzazione terroristica, anche se alcune sue azioni sono atti di terrorismo: è un gruppo politico che rivendica i diritti dei curdi”. Una dichiarazione che gli costò l’arresto e l’accusa di “apologia di terrorismo a mezzo stampa”. Per Ankara, il Partito Curdo dei Lavoratori, fondato da Ocalan (all’ergastolo a İmralı) rimane un’organizzazione terroristica, il principale obiettivo militare dei bombardamenti al confine tra Siria e Iraq. Ma Elci non aveva fatto un passo indietro, aveva rivendicato la sua libertà di espressione: “Confermo le mie parole e ritengo siano vere. Non possono costituire un reato”. Era andato avanti per la sua strada con coraggio, ancora una volta, ieri. Sapeva di poter essere ammazzato. In una recente intervista a Channel4 aveva detto: “Mi arrivano continuamente minacce di morte, minacce in cui descrivono esattamente come mi vogliono uccidere”. Nonostante questo ha messo a disposizione la sua vita per chiedere di fermare la violenza. Per raccontare cosa sta accadendo nelle principali roccaforti dell’Hdp, dove Erdogan, sia prima che dopo le elezioni del primo novembre, ha imposto il coprifuoco. Coprifuoco qui significa chiudere gli ingressi dei quartieri coi blindati per giorni e giorni. Vuol dire, per gli abitanti, non poter né entrare né uscire dalle proprie case. Con Ivan Grozny abbiamo passato 48 ore a guardare dall’alto la città di Silvan: 48 ore in cui non abbiamo sentito altro che rumori di spari, bombe e mitragliatrici tra le abitazioni dei civili. Dentro potevamo solo immaginare gli scontri tra la resistenza curda e i militari durante un coprifuoco che poi sarebbe durato 10 giorni consecutivi, con scuole e ospedali chiusi.

A pagare il prezzo più alto, nel silenzio più assoluto, sono soprattutto i civili. L’immagine delle case polverizzate dai colpi una volta riaperte le strade sono da guerra civile. A Diyarbakir, nel quartiere di Sur dove è morto Elci, l’esercito turco usa blindati, bombe e Ak47, come se fosse in una zona di guerra, e non in un centro storico. Negli ultimi tre mesi nel Kurdistan turco sono stati uccisi almeno 279 civili, duemila “ribelli” – secondo il governo -, 130 gli ufficiali dell’Esercito, migliaia i feriti. Ed è solo la coda di una stagione di tensione. Per la strage di Ankara – 128 morti e 500 feriti durante una manifestazione politica dell’Hdp – i mandanti restano ancora oscuri: l’Hdp accusa il governo, per Erdogan il responsabile è l’Isis. Poi Suruc, ai confini con la Siria, altre 32 persone uccise. Il 5 luglio a Diyarbakir un altro attentato appena prima che il presidente Hdp Demirtas (che ha subito l’ennesimo attentato 7 giorni fa mentre era sulla sua auto blindata) iniziasse il suo comizio: 5 morti e 400 feriti, una strage sfiorata. Ancora nessuna indagine indipendente è riuscita a stabilire chi siano i mandanti e chi gli esecutori delle stragi. Certo l’obiettivo colpito sono sempre i curdi. Ieri il popolo curdo, dopo la morte di Elci, è sceso in piazza, sfidando i divieti della polizia, per gridare la sua rabbia, per dire “Tahir è immortale”: ad Ankara, a Izmirne, a Istanbul, dove la polizia ha attaccato con manganelli e lacrimogeni.

Un’altra forma di repressione, quella della piazza, da parte delle autorità turche che si va ad aggiungere a quella contro la libertà di stampa. Oggi, in un’intervista a Repubblica, il giornalista turco Yavuzu Baydar ha parlato di una drammatica escalation. “L’arresto dei due reporter di Cumhuriyet (Can Dundar e Erdem Gul) dopo un’inchiesta che ha testimoniato l’apparente fornitura di armi ai jihadisti in Siria è simbolico. L’accusa di spionaggio equivale a dichiarare il giornalismo un crimine. I due giornalisti rischiano l’ergastolo. È un modo nuovo, molto grave di punire il giornalismo”, ha detto. “Ci sono già 23 giornalisti detenuti per lesa maestà – ha continuato – ma l’accusa era di insultare il presidente. Qui siamo di fronte a qualcosa di ben diverso. A marzo un altro giornalista, Mehmet Baransu, è stato arrestato con accuse simili: spionaggio per aver acquisito segreti di Stato. Tre giornalisti investigativi arrestati segnano un peggioramento della situazione”.
Un peggioramento della situazione che arriva alla vigilia del vertice tra Ue e Turchia sui migranti durante il quale, in nome della Realpolitik, l’Europa è pronta a dare 2 miliardi e mezzo ad Ankara per la gestione di quei profughi che, fino ad ora, non ha mai fermato. Ed è proprio all’Unione Europea che si appellano dal carcere Can Dundar e Erdem Gul: “Non chiudete gli occhi davanti alle violazioni della libertà di stampa in Turchia”. Non chiudiamo gli occhi nemmeno noi.

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