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Pasolini: un artista da non dimenticare

 

Parlare di Pier Paolo Pasolini non è semplice, possiamo dire, guardando la sua attività, di un uomo che ha fatto del suo lavoro una ragione di vita, scegliendo con la sua onestà culturale di lavorare artisticamente per una ricerca continua della verità. Con questa premessa vorrei raccontarvi, anche se non l’ho conosciuto personalmente, come ho conosciuto Pasolini e quali le coincidenze della vita mi hanno portato a studiarlo e stimarlo come uomo e come artistica condividendo i suoi pensieri.

Sono nato a Monteverde, il quartiere di Roma dove approdò Pasolini all’inizio degli anni ’50; propaggine meridionale del Gianicolo, chiamata così dal particolare colore del tufo che sin dall’antichità veniva estratto dalle cave della collina. Accanto agli insediamenti residenziali sorti a partire dagli anni ’10, Mussolini vi inaugurò nel 1932, in fondo alla valle raggiunta da un sentiero chiamato Ponte Bianco, la borgata Donna Olimpia, costruendo i cosiddetti “grattacieli”. La maggior parte degli assegnatari erano poveri o poverissimi, spesso oppositori del regime. C’erano anche gli sfrattati del San Callisto, le famiglie provenienti dagli “alberghi” e i romani poveri che venivano dalle stalle di Trastevere. Un ghetto vero e proprio, isolato dalla città fino al secondo dopoguerra. Attorno ai “grattacieli” c’era il vuoto, la “Valle dei Canneti”, un susseguirsi di prati, marrane, fossati e un paio di osterie di campagna. Da bambinetti, riuscivamo a sfuggire allo sguardo delle mamme passando dal “cancelletto”, l’uscita secondaria dei “grattacieli”, che affacciava su via Federico Ozanam, dove, alla fine della via si incrociava con Piazza S. Giovanni di Dio, qui, c’erano le “casermette”, una vastissima area di baracche per gli sfollati dell’ultima guerra. E proprio qui, in via F. Ozanam,  in un piccolo fazzoletto di terra c’era un campetto sterrato dove si giocava a pallone… dove tutta Monteverde andava a giocare a pallone. Si giocava con tutti, si facevano sfide con persone che non conoscevi, anche con persone venute da altri quartieri. Qui Pier Paolo Pasolini giocava con i “ragazzi di vita”.

Nel 2011, il Presidente uscente del XVI Municipio di Roma, Fabio Bellini, mi propose di realizzare un documentario su Pasolini che tenesse conto di questo suo legame con Monteverde. Qui infatti Pasolini visse per circa dieci anni: dal 1954 a via Fonteiana, vicinissimo a Donna Olimpia e in seguito, fino al 1963, in via Giacinto Carrini a Monteverde Vecchio. Entusiasta della proposta, mi misi a lavorare, con la nuova Presidente (oggi XII Municipio), Cristina Maltese, facendo ricerche sull’operato di Pasolini  in quegli anni e sul suo vivere il quartiere, incrociando luoghi, fatti, amici e conoscenti. In Ragazzi di vita ho riconosciuto due personaggi reali della zona, allora giovani: Silvio Parrello, “Er pecetto”, e Umberto Mercatante, “Er gallinella”, oggi ottantenni che spesso incontro e saluto nelle strade del quartiere. C’era un’altra coincidenza per me emozionante: avevo debuttato nel cinema nel ’77, come assistente scenografo, a fianco  al premio Oscar, Dante Ferretti, che con Pasolini aveva lavorato a diversi film, compreso l’ultimo, Salò.

Durante le mie ricerche cercavo innanzitutto di immaginare la percezione di un artista che veniva dal nord Italia, che aveva vissuto da “straniero” in questa borgata romana, che alla borgata si era aperto e alla borgata si era ispirato. Che aveva vissuto quegli stessi spazi che io avevo conosciuto e vissuto da giovane con fatica. Un ambiente difficile perché povero, difficile per mancanza di cultura, difficile perché in quella zona proliferavano in quegli anni attività malavitose e nascevano gruppi terroristici, come i NAR.

Lavorando sul quartiere ho scoperto anche tante attività culturali, personaggi e artisti di rilievo, dai poeti Giorgio Caproni e Attilio Bertolucci, allo storico dell’arte Antonio Del Guercio, al produttore cinematografico Claudio Mancini, i registi Maurizio Ponzi, Nanni Moretti,  i musicisti Amedeo Minghi, Nicola Piovani…

La preparazione del docu-film era complessa. Pasolini ha lavorato e scritto tanto, ha realizzato film straordinari, compare in molte interviste televisive e tante sono le testimonianze su di lui. Non era semplice condensare tutto questo in un documentario di soli 50 minuti, come richiesto. Trovai la chiave decidendo di prendere come traccia, come ossatura del film, il famoso articolo scritto da Pasolini per il «Corriere Della Sera» nel 1974, un anno prima della sua morte, dall’emblematico titolo “Io so…Ma non ho le prove”. Un articolo che, a rileggerlo oggi, è ancora più vero e inquietante: Pasolini denunciava lo Stato italiano e la politica americana come responsabili politici delle stragi avvenute nel nostro paese, e denunciava una sinistra compromessa con il potere, intuendo già allora una realtà giunta oggi a conseguenze estreme.

Monteverde rappresenta, dunque, una tappa fondamentale per l’esperienza culturale ed umana di Pasolini: è qui che ha iniziato a scrivere opere come il romanzo “Ragazzi di Vita”, i cui primi due capitoli sono proprio ambientati nelle case popolari di via di Donna Olimpia.
L’ arrivo a Roma con la madre e, proprio, la quotidianità e la contiguità con le durissime condizioni di vita di questa “borgata” romana saranno l’osservatorio sociale attraverso il quale il poeta muoverà i primi passi di quella esperienza umana che descriverà nelle opere di indagine e denuncia sociale della maturità intellettuale ed artistica. E’ da queste riflessioni che nasce il romanzo dei ragazzi di Donna Olimpia, i “Ragazzi di Vita”, che suscitò violentissime polemiche negli ambienti degli intellettuali di sinistra e, in particolare, all’interno del PCI.

Erano le accuse di un mondo politico miope in contrapposizione alla lungimiranza culturale di Pasolini, che avranno il loro tragico epilogo proprio nelle pagine di “Petrolio” con la denuncia di un mondo economico che si stava preparando alla globalizzazione dei nostri giorni.

Il film racconta la sua ricerca continua su l’onestà culturale delle “borgate” che Pasolini vedeva in contrasto con le rigidità intellettuali e i preconcetti borghesi che, invece, stigmatizzavano le contraddizioni di quel mondo popolare non ancora emancipato, narrato nelle sue espressioni cinematografiche come “Accattone” e “Mamma Roma” o nelle sue dichiarazioni sul potere mediatico della televisione espresse in un intervista a Enzo Biagi. Tale lungimiranza culturale si spingerà fino alla lucida denuncia delle trame oscure di quella strategia della tensione di “Io so… ma non ho le prove” pubblicata nel 1974 nelle pagine Corriere della Sera.

Ed è proprio la lettura di “Io so… ma non ho le prove” da parte dell’attore Leo Gullotta che sarà il filo conduttore della narrazione del docu-film che si articola nelle testimonianze di: Stefano Rodotà, Gianni Borgna, Otello Angeli, Maurizio Ponzi, Silvio Parrello, Umberto Mercatante, Antonio Del Guercio, Citto Maselli, Ugo Gregoretti, Nino Russo, Vincenzo Vita, Renato Parascandolo. Osvaldo Desideri, Pupi Avati.

Con l’amico Elio Matarazzo, come coproduttore del film, si organizza la prima al cinema Trevi di Roma, presentato dalla giornalista Laura Delli Colli (Presidente del ANGCI), alla presenza di tutti i testimoni intervistati. Da allora una lunga serie di proiezioni, più di 40 e tre premi: Festival Internazionale Omovis di Napoli, Mozione Speciale al RIFF – Festiva Indipendente di Roma, Premio Speciale al Festival Internazionale del Documentario “Libero Bizzarri”.

E, nella stessa sera, incontrai il critico ed editore Silvia Tarquini, alla quale racconto che per il documentario ho usato solo pochi minuti delle interviste, e che esistono degli originali più lunghi rimasti inutilizzati. Silvia mi ha risposto: «Ne facciamo un libro?».
Grazie Pierpaolo

Pasolini 40 anni dopo; il 1° novembre il film sarà presentato al FESTIVAL DEL CINEMA ITALIANO A STOCCOLMA, la XVIII edizione della rassegna cinematografica. Manifestazione organizzata dall’Istituto Italiano di Cultura e dalla FICC. Sarà proiettato a Bio-Rio: Partecipano: Eva af Geijerstam, critica cinematografica; Lars-Gustaf Andersson, docente di cinema; Göran Greider, poeta e redattore capo Dalademokraten i Aktuellt. Modera: Carl Henrik Svenstedt, regista e scrittore.
A Roma, si proietta il 2 novembre all’Aamod (Archivio Audiovisivo Mondo Operaio e Democratico) alle ore 17,00 in via Ostiense, 106  saranno presenti: Francesca Chiavacci, Enzo De Camillis, Elio Matarazzo, Silvia Tarquini, Cecilia Mangini e Vincenzo Vita. Per l’occasione si presenterà il libro “La Verità Detta, Testimonianze sul Pasolini Politico, a cura di Enzo De Camillis (Ed. ARTdigiland)

 

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