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Luciano Gallino. “Civilizzare il capitalismo è impossibile”

 

Poco prima dell’uscita di un libro einaudiano intitolato “Il Denaro, il debito, la doppia crisi” che prosegue, e porta a conclusione, un’analisi precisa spiegata in  tre volumi che chi scrive ha sempre sul tavolo, negli articoli faccio spesso riferimento alle tesi di Luciano Gallino  (professore per molti anni nell’Università di Torino e acuto studioso di Scienze sociali, presidente tra gli anni Settanta e Ottanta dell’associazione nazionale degli studiosi italiani) che a 88 anni ci ha lasciato.

Vorrei ricordare alcune sue idee che hanno contribuito non poco a influenzare anche i miei giudizi sui tempi che viviamo nell’ultimo ventennio e sulla crisi preoccupante delle istituzioni democratiche nel mondo contempo-raneo. Gallino ha ribadito da ultimo le sue tesi fondamentali in un’intervista recente a il Fatto Quotidiano che vale la pena di usare nel ricordo che vorrei lasciare del suo lavoro come della nostra amicizia. “La vera società – afferma lo studioso – non esiste: ci sono uomini e donne, e le famiglie – spiegava Margaret Thatcher nel lontano 1980. L’inizio della fine della democrazia che l’Europa sta vivendo nel 2015, l’annus horribilis in cui Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale piegano il volere di cittadini e governo greco è lì. All’origine dell’applicazione pratica delle politiche neoliberiste.” E aggiunge:” Fosse stato per la Scuola di Chicago di Milton Friedman, i Chicago Boys, che costruirono l’impero teorizzando che il mercato si regola da solo e che meno Stato nell’economia meglio è, si sarebbe potuto già potuto iniziare nei primi anni Settanta. Giusto il tempo degli ultimi fuochi keynesiani dei “Trente Glorieuses” (1945-1975), quelli della ripresa economica improntata sul risparmio e sul welfare, sulle istituzioni statali indipendenti e sovrane rispetto ai fondi monetari, alle banche mondiali e alla rapacissima finanza. Il big bang lo fa deflagrare quella signora insieme all’ex attore holliwoodiano Ronald Reagan che cominciano ad asfaltare sindacati e sindacalizzati, a cancellare il sistema di welfare a protezione delle fasce più deboli.”

Gallino conclude la sua analisi, che qui non abbiamo lo spazio necessario per riportare, con la consapevolezza ormai acquisita che il capitalismo finanziario neo-liberista ha prevalso in gran parte del pianeta e che l’impresa di incivilirlo è destinata a fallire in Italia, come in Europa e nelle due Americhe. Il giudizio dell’economista-sociologo sul governo italiano è molto severo: “Le riforme di Renzi – sostiene Gallino nella sua ultima intervista – si collocano tra il dramma e la barzelletta. Rispetto alle dimensioni del problema e alla gravità della crisi, il Jobs Act  è una stanca ricucitura di vecchi testi del 1994 smentiti dalla stessa Ocse: la flessibilità non aumenta l’occupazione. Abbiamo perso il 25% dell’industria della produzione industriale, il 10-11% di PIL, gli investimenti in ricerca e sviluppo sono peno-samente modesti.” Un ultimo ricordo della lunga amicizia con lo studioso torinese ricorda due pagine che scrivemmo insieme nella seconda metà degli anni Novanta per quello che era allora il quotidiano del partito comunista italiano sulle riforme urgenti. Se lo leggessimo oggi sarebbero più chiare forse le ragioni dell’opposizione di Gallino, come di chi scrive, all’attuale governo delle larghe intese.

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