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Giornalismo, mestiere difficile. Specie nelle piccole realtà

 

Fare giornalismo nelle piccole realtà locali è possibile? Alla lunga viene il dubbio che in provincia ciò non sia altro che una chimera. Magari però sono io ad avere un concetto distorto del mestiere. Dieci anni fa, quando cominciai, mi insegnarono innanzitutto che quando vieni in possesso una informazione la devi verificare da più fonti prima di pubblicare mezza riga. Mi insegnarono che chi non lo fa pecca gravemente di professionalità. Nelle piccole realtà vale invece l’esatto contrario. Altrimenti,  sicuro come la morte, qualcuno all’alba del giorno dopo ti tira giù dal letto con una telefonata di protesta. Ormai non conto neanche più le volte in cui mi è successo. Molto meglio, anzi proprio il massimo della vita, pubblicare un giorno la voce di uno, il giorno dopo la replica della controparte, poi forse ancora la controreplica e via così. Fate serenamente da megafono a chiunque, ma guai osare una lettura del reale: qualcuno potrebbe arrabbiarsi (e ancora passi) ma soprattutto chi non condivide la tua lettura non si farebbe scrupolo di accusarti di parzialità facendoti le sue rimostranze, magari anche in modo aggressivo, o peggio, offensivo.

Dieci anni fa ho imparato che la presenza di più quotidiani è sinonimo di maggiore libertà. Lavorando per qualche anno in una piccola realtà – che come tutele piccole realtà non nasconde le proprie grandi ambizioni, spesso prive di fondamento  – ho appreso che il top del top è se quattro quotidiani hanno le stesse identiche notizie. Se non sono fatti, bensì opinioni personali e perciò incontestabili di qualcuno, meglio ancora.

Così ti capitano episodi demotivanti ma soprattutto preoccupanti per lo stato della libertà dell’informazione nel nostro Paese.

Un giorno le forze dell’ordine fanno, per esempio, un’acquisizione documentale. Diciamo in una struttura pubblica. Per prima cosa cerchi di capire se c’è un’indagine in corso. La fiducia che, col tempo, si crea tra giornalista e fonte fa sì che questa fonte possa dire apertamente al giornalista come stanno le cose, chiarendo poi tempi e modi con cui pubblicare o non pubblicare la cosa.
Si aprono dunque tre scenari di massima:

1- Ti dicono che c’è un’indagine e ti incoraggiano a scriverne. Così magari, visto che ci sono intercettazioni telefoniche e ambientali in corso, gli indagati magari si tradiscono o dicono quella mezza frase di troppo così preziosa poi per l’accusa in fase processuale. E inoltre così si mostra anche alla gente quanto bravi sono gli inquirenti, magari esaltandone il coraggio a compiere le famigerate “indagini scomode”. In questo caso l’uso di stampa e giornalisti a proprio vantaggio è per gli inquirenti cosa buona e giusta. Qualche collega potrebbe perfino sentirsi privilegiato di questo ruolo, se solo ne fosse consapevole.

2- Ti dicono che c’è un’indagine ma che sarebbe meglio non scrivere: siamo in una fase delicata, gli indagati scoprirebbero dal giornale di esserlo e andrebbe tutto a ramengo. A quel punto qualunque giornalista dotato di un cervello si blocca, tenendo però alte le antenne in attesa che arrivi il momento buono in cui scrivere non danneggerà più nessuno.

3- Ti dicono che c’è indagine perché ormai negare non possono più, ma non ti dicono altro: “Veditela un po’ te, io di più non ti dico”. In questo caso, non avendo motivi per non scrivere, al giornalista non rimane altro da fare che partire dai fatti: le forze dell’ordine sono andate lì quell’ufficio, hanno acquisito delle carte, pensano che qualcuno abbia commesso un reato (o anche no, magari sono solo verifiche nell’ambito di un fascicolo “non costituente reato”). Nel primo caso (reato) il temerario giornalista osa addirittura un passo ulteriore: va dall’interessato e gli chiede di prendere posizione, raccogliendo la versione della difesa da affiancare con pari dignità fino al terzo grado di giudizio a quella dell’accusa.

A quel punto scopri che non solo chi indaga ha costanti rapporti con la parte indagata, informata in camera caritatis delle indagini a suo carico sebbene ancora non abbia ricevuto alcuna informazione di garanzia, in un gentlemen agreement in cui tutti fingono di fare il proprio mestiere ma alla fine si bada bene a non pestarsi i piedi a vicenda. Scopri poi anche che molte persone sottoposte ad indagine, spesso figure in vista della piccola (o anche grande) realtà di cui si parla, difese da avvocati altrettanto o ancor più in vista, si permettono di imporre a inquirenti e media il silenzio su determinate indagini “scomode” (alcuni anni fa mi accadde con l’Azienda sanitaria locale: articolo già in pagina, depennato all’ultim’ora dallo sfoglio dietro inenarrabili pressioni di inquirenti da un lato e parte in causa dall’altro), minacciando querele a destra e a manca. Qualora la notizia trapeli comunque, arriva immancabile la lavata di capo delle suddette persone (interessati e avvocati) nei confronti degli inquirenti (!), che – ahinoi – spesso in virtù di quel gentlemen agreement di cui sopra, si lasciano intimorire, chinando il capo e rivalendosi sui giornalisti, accusandoli di scarsa professionalità per aver fatto una verifica di troppo, muovendo le acque e facendo così scoprire alla parte in causa che l’indagine che li riguarda non è più solo un dolce segreto fra accusa e difesa bensì un’informazione che rischia di arrivare al lettore, come peraltro correttezza vorrebbe, specialmente se le ipotesi di reato riguardano, pur espresse con tutte le cautele e le presunzioni d’innocenza del caso, la malversazione di soldi dei cittadini o la truffa ai danni di enti pubblici.

Amici miei, non so a voi, ma a me in queste condizioni il giornalismo ha proprio stufato. Quasi quasi mi cerco un lavoro vero.

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